Riflessione sul Microcredito
ottobre 24, 2006 in Como by circolo-bertrand-russell---como
Gli uni stanno nell’ombra
Gli altri nella luce
E si vedono coloro che stanno nella luce
E coloro che stanno nell’ombra
Non si vedono
(BERTOLT BRECHT)
Si tende ad identificare il livello di povertà con un insufficiente livello alimentare, causato a sua volta da un insufficiente reddito familiare. Ora, questa valutazione può essere esatta se l’insufficienza alimentare è tale da non consentire un minimo benessere personale e, in primo luogo, un buon stato di salute delle persone stesse: da un lato, dove non vi è sufficiente nutrimento, vi sono povertà, miseria, malnutrizione, malattia; dall’altro, all’opposto, vi sono mezzi di sussistenza, nutrimento, speranza fin dalla nascita, salute e vita.
Principale responsabile delle tragedie causate dalla denutrizione e dalla fame sul nostro pianeta è la distribuzione ineguale delle ricchezze. Un’ineguaglianza negativamente dinamica: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: nel 1960 il 20% degli abitanti più ricchi della terra disponeva di un reddito 31 volte superiore rispetto al 20% degli abitanti più poveri. Nel 1998 il reddito del 20% dei più ricchi era 83 volte superiore a quello del 20% dei più poveri ( ).
Singoli individui sono più ricchi d’interi stati: il patrimonio delle 15 persone più ricche del nostro pianeta sopravanza il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’insieme dei paesi dell’Africa sub-sahariana. Le 100 principali imprese globali vendono più di quanto non esportino i 120 paesi più poveri, controllando il 73% del commercio mondiale ( ).
Il problema della povertà, in questo momento, rimane principalmente un problema interno alle numerose nazioni in “via di sviluppo”, ma è anche presente nei paesi occidentali ad alto livello di reddito medio pro- capite.
L’azione condotta da chi si occupa di microcredito vorrebbe riuscire ad incidere in modo rilevante su questa situazione e cerca di elevare al di fuori di questa condizione negativa il maggior numero possibile di nuclei familiari.
La definizione di microcredito
Il microcredito può essere definito, in via generale, come la concessione di piccoli importi ad imprenditori troppo poveri per accedere ai tradizionali prestiti bancari oppure, in modo più completo, come :
“programmi che concedono piccoli prestiti a persone molto povere, finalizzati a progetti di auto impiego che generano reddito e consentono loro di prendere cura di se stessi e delle proprie famiglie”
Con l’attuale notevole incremento di interesse per questo strumento molti obiettivi di sviluppo sono associati con esso. Il microcredito è stato inserito in molte attività locali come elemento necessario per attivare una più ampia azione d’educazione ed addestramento professionale.
Questa notevole evoluzione prende vigore col Vertice sul Microcredito (2-4 febbraio 1997) a Washington ed a seguito della Risoluzione ONU approvata dall’Assemblea in data 18 dicembre 1997.
Le istituzioni che si occupano di microfinanza hanno l’abitudine di prevedere diversi modelli organizzativi per definire coloro che si occupano della concessione del credito (Associazione, Organizzazione non governativa, Banca di garanzia, Banca comunitaria, Cooperativa, Unione di credito, …).
Per rendere efficace la propria azione tutte queste possibili articolazioni del microcredito affrontano una serie di scelte e problemi comuni.
In via preliminare esiste la necessità di stabilire i criteri per individuare chi è povero, e chi tra i poveri è più bisognoso. Quest’aspetto non deriva da un’ansia di perfezione teorica, o da scrupolo eccessivo, bensì da un desiderio d’efficacia sul piano operativo.
Afferma, infatti, il prof. Yunus (fondatore ed animatore di Grameen Bank) che:
“… sarà saggio tenere presente, negli organismi preposti allo sviluppo, che se in un progetto si mescolano i poveri ed i non poveri, i non poveri finiranno per escludere i poveri, ed i meno poveri per escludere i più poveri, in una dinamica che potrà perpetuarsi all’infinito salvo che non si adottino misure preventive sin dall’inizio. Se non si avrà questa accortezza, accadrà che , in nome dei poveri , siano i non poveri a raccogliere tutti i benefici…” ( ).
Grameen Bank opera in Bangladesh ed è presentata dai mezzi d’informazione occidentali come un’iniziativa “anomala”, rispetto al panorama creditizio internazionale, poiché intende concedere prestiti solo ai più poveri tra i poveri.
Il prof. Yunus in questi anni ha raggiunto una notevole notorietà personale e Grameen è molto spesso citata come esempio da seguire nella lotta alla povertà anche da politici occidentali.
Il ruolo del microcredito nell’eliminazione della povertà
Gli organismi internazionali sottolineano, con forza, la necessità che i progetti di microcredito siano stabiliti all’interno di un più ampio contesto di supporto al settore delle piccole imprese. Le responsabilità a questo riguardo da parte dei paesi donatori sono molto enfatizzate.
Il Summit Mondiale per lo Sviluppo Sociale, svoltosi a Copenhagen nel marzo 1995, già poneva l’accento sull’importanza di consentire l’accesso al credito per i piccoli produttori rurali ed urbani, agricoltori senza terra ed altre persone con basso o nessun reddito disponibile, con particolare attenzione alle necessità delle donne e dei gruppi svantaggiati e vulnerabili della società.
In quest’occasione i Governi erano già stati chiamati a modificare le strutture legali, regolamentari, istituzionali che restringono la capacità d’accesso al credito, o di ricevere prestiti a condizioni ragionevoli, da parte delle persone che vivono in povertà.
Molti fattori hanno accresciuto l’interesse per lo sviluppo del microcredito. Esiste, soprattutto, un aumentato riconoscimento dell’importanza di consentire a tutte le persone di accrescere il proprio accesso a tutti i fattori di produzione, incluso il credito.
Il microcredito si basa sul riconoscimento che le capacità latenti dei poveri possono essere espresse in un’attività indipendente e debbano essere incoraggiate con la disponibilità di prestiti di piccola dimensione.
Questa azione dovrebbe consentir loro di essere più sicuri di se stessi e nello stesso tempo creare opportunità di impiego e, non ultimo, coinvolgere le donne nelle attività produttive.
A livello informale, i prestiti su piccola scala esistono da molto tempo in molte parti del mondo, in modo particolare nelle aree rurali.
Esempi di questo genere sono frequenti, per esempio, in Ghana, Kenya, Malawi e Nigeria (“merry – go – rounds”, letteralmente giostra o carosello).
Essi consentono alle popolazioni rurali un accesso al risparmio entro l’area in cui vivono ed una certa protezione contro le fluttuazioni economiche, incoraggiando uno spirito cooperativo e comunitario.
Nei paesi in via di sviluppo il mercato dei capitali è ancora ad uno stadio rudimentale e le banche commerciali sono riluttanti a prestare ai poveri, principalmente per il motivo che mancano le garanzie e per gli alti costi di transazione.
Il procedimento di concessione del prestito di piccolo importo e la sua supervisione richiede, infatti, costi amministrativi rilevanti che sarebbero sproporzionati
rispetto all’entità limita del prestito stesso.
Uno studio del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) ha confermato che le complicate procedure di concessione dei finanziamenti ed il lavoro amministrativo, combinato con una mancanza d’esperienza contabile, limita l’accesso dei poveri alle risorse di credito formali.
In altri rapporti è possibile avere conferma che i prestatori di denaro ufficiali nelle aree rurali preferiscono lavorare principalmente con gli agricoltori che operano su vasta scala.
L’assenza di banche commerciali ha creato una forma non convenzionale di prestito che spesso si trasforma in vera e propria usura.
L’impatto del microcredito varia notevolmente tra le aree rurali e quelle urbane.
In molti paesi in via di sviluppo i tassi di interesse sono relativamente alti per iniziare un’attività, così i tassi calcolati secondo lo schema del microcredito sono piuttosto elevati quando il premio per il rischio viene aggiunto.
Molte istituzioni mostrano un elevato tasso di rimborso.Questo è attribuibile alla struttura informale di tipo partecipativo la quale crea un’atmosfera in cui i debitori sentono di dover rispettare i propri debiti.
Mentre questo fenomeno è certamente reale nelle istituzioni migliori è impossibile verificare se questo fatto sia universalmente valido.
Non esistono ricerche “globali” su quest’argomento e le pubblicazioni sul microcredito si sono sviluppate solo negli anni recenti.
Si può, in linea generale, sottolineare che un ampio numero di studi dell’impatto dei programmi di microcredito sulle famiglie mostra che i partecipanti a questi programmi normalmente hanno redditi più elevati e stabili in confronto a quanto avveniva prima che essi aderissero al programma.
Alcuni studi mostrano che ci sono limiti all’utilizzo del credito come strumento per l’eliminazione della povertà, incluse difficoltà nell’identificare i poveri e prevedere obiettivi di credito per raggiungere i più poveri dei poveri.
In molti casi molte persone, tra i più poveri, non sono in condizione di intraprendere un’attività economica perché essi mancano di capacità gestionali e persino di motivazione per gli affari.
Le strutture amministrative che gestiscono queste organizzazioni sono spesso fragili o rudimentali e, frequentemente, prevedono elevati costi di transazione.
Esiste ora un consenso considerevole sul fatto che l’attività di prestito può essere efficace solo se accompagnata da altri servizi, soprattutto addestramento, informazione ed accesso alla terra.
Alcune attività richiedono un efficace supporto da parte del settore pubblico.
In molti dei paesi con più basso reddito la mancanza d’accesso alla terra è la singola causa di povertà rurale più critica e domina la situazione di povertà in questi paesi.
Ancora oggi, pochi paesi hanno programmi sostanziali di riforma agraria.
Le organizzazioni non governative variano in qualità e forza.
I migliori risultati sono prodotti, ci dicono le ricerche, quando i Governi e le organizzazioni non governative lavorano in accordo.
Due approcci si sono sviluppati sul ruolo del credito nella riduzione della povertà.
I sostenitori dell’approccio “generazione di reddito” sostengono che il credito debba essere concesso soprattutto ai poveri con capacità imprenditoriali per consentire loro di finanziare specifiche iniziative private con lo scopo d’ incrementare i loro guadagni.
I fautori dell’approccio definito “neo minimalista” affermano che i programmi di credito dovrebbero aiutare a combattere la povertà concedendo credito ad ogni povero che sia capace di rimborsare un prestito senza imporre a queste persone come, ed in che modo, esso debba essere investito.
Uno studio recente sui più importanti programmi di microcredito:
Grameen Bank – Bangladesh
Bank Rakyat – Indonesia
Badan Kredit Desa – Indonesia
Lembaga Perkreditan – Indonesia
Agence de Credit pour l’Enterprise Privee – Senegal
Bankin Raya Karkara – Niger
Kenya Rural Enterprise Programme – Kenya
Asociacion Dominicana para el Desarrollo de la Mujer – Repubblica Dominicana
Banco Solidario – Bolivia
Corporacion de Accion Solidaria – Colombia
Fondacion Integral Campesina – Costarica
dimostra che 10 programmi (su 11 analizzati) sono operativamente efficienti.
Cinque istituzioni sono completamente profittevoli, producendo un ritorno positivo sul capitale investito.
Inoltre, alcuni paesi (Bolivia, Ghana, Kenya, Perù,…) stanno creando leggi, o speciali regolamenti, per questo nuovo e particolare tipo di istituzioni.
In Bolivia il Banco Solidario, una banca privata che opera nel microcredito, è disciplinata dalla banca centrale del paese con gli stessi requisiti finanziari e di resoconto delle banche tradizionali, ma con documentazione più semplice sui prestiti e sulla classificazione dei rischi.
Il governo della Bolivia, che cerca di incoraggiare le nuove istituzioni di microfinanza, ha iniziato a rilasciare licenze a fondi privati per il finanziamento assoggettandoli ai medesimi requisisti di solvibilità e riserve richiesti alle banche, ma con un capitale minimo più basso.
Le caratteristiche principali del sistema Grameen Bank
Il nome Grameen deriva dalla parola “gram” che vuol dire “villaggio” e l’aggettivo “gràmìn”può essere tradotto con “rurale” o “ di villaggio”.
La scelta del nome non è stata casuale ma serve a rimarcare che la nuova banca voleva essere caratterizzata come banca rurale e non come banca agricola. Si ritenne, infatti, che in Bangladesh i contadini non fossero la parte più povera della popolazione ma, addirittura, chi possedesse un terreno coltivabile fosse relativamente un privilegiato rispetto ai diseredati senza terra che possono solo vendere il proprio lavoro e riescono a garantirsi a stento la sopravvivenza.
I clienti di quest’iniziativa sarebbero dovuti essere, quindi, coloro che si occupavano di tutti gli altri aspetti della vita nelle campagne: il commercio, l’artigianato, la vendita al dettaglio ed a domicilio.
Il progetto partì agli inizi del 1977.
Le banche tradizionali e le cooperative di credito chiedevano sempre il rimborso in un’unica rata. Ora, quest’obbligo di un unico versamento alla fine del periodo faceva sì che il debitore fosse psicologicamente restio a separarsi da una somma di una certa entità e, quindi, cercasse di rinviare il più possibile la data di rimborso, facendo contemporaneamente salire l’importo del debito. Alla fine, spesso, decideva di non pagare.
La Grameen decise di agire al contrario: le quote di rimborso sarebbero state così basse che il cliente non si sarebbe accorto di pagarle.
Grameen ha puntato sulla massima semplicità di funzionamento ed ha perfezionato un meccanismo il più comprensibile possibile per la maggioranza degli utenti. Le caratteristiche essenziali sono:
Esiste un focus esclusivo sui più poveri dei poveri
· fissazione di chiari criteri di selezione per individuare l’obiettivo di clientela e l’adozione di misure pratiche per escludere quelli che non li rispettano.
· nella concessione del credito la priorità è stata progressivamente assegnata alle donne.
· il sistema di concessione è pensato per riuscire ad affron
tare le diverse necessità di sviluppo socio-economico.
I debitori sono organizzati in piccoli ed omogenei gruppi
· organizzazione dei gruppi primari di cinque membri e la loro federazione in centri è stata la base del sistema di concessione del credito della Grameen Bank (ma non ha riscontro in altre importanti istituzioni di microcredito).
· molta enfasi è posta sulla necessità di organizzare efficacemente la clientela, così che la clientela stessa possa acquisire la capacità di pianificare ed assumere decisioni di sviluppo di livello minimo.
Condizioni speciali per i prestiti che sono particolarmente adatte per il povero
· importi di prestito molto piccoli concessi senza alcuna garanzia (in inglese, collateral).
· prestiti ripagabili in rate settimanali ed entro un anno.
· la concessione di un successivo prestito dipende dal rimborso del primo.
· attività individuali, autonomamente scelte, capaci di generare rapidamente entrate e che prevedono l’utilizzo di competenze che il debitore già possiede.
· stretta supervisione del credito da parte del gruppo, così come del personale della banca.
· enfasi sulla disciplina del credito e sulla responsabilità collettiva dei debitori e pressione degli stessi.
· trasparenza in tutte le transazioni bancarie, la maggior parte delle quali si svolgono nelle riunioni dei centri.
Sottoscrizione contestuale di un’agenda di sviluppo sociale definita ” le sedici decisioni “
· accrescere la conoscenza sociale e politica dei nuovi gruppi organizzati
· sviluppare l’attenzione delle donne delle case più povere su quello che è urgente, ed importante, in connessione allo sviluppo della famiglia.
· progettare costruzione d’abitazioni, interventi sanitari, educazione, pianificazione familiare.
Diversificata tipologia di prestito per andare incontro alle diverse necessità dei poveri
Appena il programma generale di credito, e la relativa disciplina, diviene familiare ai debitori un altro programma di prestiti viene introdotto per rispondere alle necessità di sviluppo della crescita economica e sociale della clientela.
Oltre alla costruzione di case il programma include:
· crediti per impianti sanitari
· crediti per l’installazione di tubazioni che forniscano acqua potabile ed irrigazione per gli orti
· crediti per l’acquisto dei prodotti necessari alla coltivazione stagionale
· crestiti per acquisire equipaggiamenti, ad esempio i telefoni cellulari di villaggio
· progetti di finanziamento riferiti ad un’intera famiglia di un cliente già conosciuto.
Alla presenza del postulato tradizionale delle banche rurali “nessuna garanzia (in questo caso terreno) significa nessun credito “ l’esperimento della Grameen Bank prova – con successo – che prestare ai poveri non è un’attività impossibile.
Al contrario, consente loro di sfuggire al circolo vizioso “basso reddito, basso risparmio, basso investimento, basso reddito“.
In altre parole la garanzia, per il banchiere, è rappresentata dalla volontà e dalla capacità dei debitori di avere successo nelle proprie iniziative.
Considerando la modalità operativa di concessione del prestito va sottolineato che, in un primo tempo, solo due dei cinque membri del gruppo ricevono il prestito richiesto e che soltanto se i due primi percettori cominciano a ripagare il capitale e gli interessi per un periodo di almeno sei settimane, solo allora gli altri membri del gruppo potranno accedere a loro volta al prestito.
A causa di questa restrizione c’è una forte pressione del gruppo per il rispetto degli impegni da parte delle persone che hanno ricevuto il prestito ed in questo modo la collettiva responsabilità del gruppo serve come garanzia per il prestito.
Il microcredito consente di condurre un’efficace azione di riduzione della povertà ?
E’ abbastanza evidente che i servizi finanziari non raggiungono, in modo adeguato, le aree rurali dei paesi in via di sviluppo e le conseguenze per le famiglie che in queste zone abitano possono essere anche molto gravi.
In mancanza di mercati finanziari efficienti nelle aree rurali, ma anche nelle periferie urbane, le famiglie che qui vivono devono, in ogni caso, trovare delle soluzioni alternative.
Da centinaia d’anni, le famiglie rurali dei paesi in via di sviluppo hanno sviluppato un’ampia gamma di meccanismi informali che possono mitigare i rischi o le dirette conseguenze dei rischi stessi.
Regali reciproci, relazioni benefattore-assistito, divisione delle sementi, lavoro obbligatorio (che forse sarebbe meglio definire schiavitù) sono alcuni degli esempi possibili a cui è necessario aggiungere, ovviamente, l’utilizzo di prestiti da usurai locali.
Le aziende bancarie “tradizionali” oltre a valutare negativamente i costi di transazione elevati, in rapporto alle limitate somme che dovrebbero concedere in prestito, tendono a limitare i finanziamenti secondo un principio di discriminazione statistica.
Esse non dispongono d’informazioni adeguate sui singoli possibili debitori, ma possono conoscere che alcuni gruppi di debitori hanno una situazione migliore rispetto ad altri.
Inoltre, temono la difficoltà di recuperare crediti di così limitato importo se non sopportando ulteriori notevoli costi.
In teoria, questa situazione comporta due possibilità.
Una possibilità è l’intervento governativo indirizzato a concedere direttamente credito ai poveri, nonostante i rischi e gli alti costi di questa soluzione, con l’ovvia considerazione che ogni perdita su credito sarà considerata come sussidio.
La seconda possibilità è di sviluppare le istituzioni e le organizzazioni che intendono fornire un’ampia gamma di servizi finanziari, soprattutto verso i più poveri, e prevedendo quello che comunemente si chiama microcredito.
Il problema, quindi, è stabilire se questo strumento consente un’efficace riduzione della povertà.
Un impatto sui poveri è immediato ed ovvio. Milioni di persone nel mondo hanno ora accesso al credito superando il preconcetto che i poveri non sono affidabili.
Un elemento che confermerebbe un’innegabile efficacia del microcredito può essere fornito dalla constatazione che la maggior parte delle organizzazioni ottiene un tasso di rimborso molto elevato (di norma superiore al 95%) e, quindi, si può valutare che se i debitori riescono a restituire i prestiti completamente, ed in tempi concordati, essi siano riusciti ad ottenere un ritorno positivo dalle somme che hanno investito.
E’ necessario anche sottolineare che esistono dubbi sulla validità di alcuni dati forniti dalle varie organizzazioni che praticano il microcredito proprio con riferimento ai tassi di rimborso così elevati e, quindi, questo argomento deduttivo potrebbe non essere poi così persuasivo.
Un’evidenza diretta dell’impatto riguardante il reddito, ed altre variabili economiche, potrebbe essere più convincente.
Studi su questo argomento ( ) sono stati condotti su un limitato numero di organizzazioni ed in linea di massima tutti confermano un impatto positivo su reddito, consumi e sicurezza alimentare dei poveri (Hossain 1988, Pitt e Khandker 1998, Zeller e Sharma 1998).
Un altro gruppo d’analisi si è occupato in modo specifico dell’impatto sulle donne.
Le donne rappresentano la maggior parte, e talvolta la tota
lità, dei clienti di queste istituzioni che si occupano del microcredito.
Lo scopo degli studi effettuati era di verificare l’impatto sulle loro capacità di far crescere il proprio reddito e, più in generale, sul loro miglioramento economico e sociale.
Ancora una volta la maggior parte degli studi ha verificato un risultato positivo (Rahman 1986, Hashemi 1996, Osmani 1998).
Va ricordato che vengono mosse critiche ai metodi impiegati per questi studi e, in modo particolare, a quello che viene chiamato “pregiudizio nella selezione”.
La considerazione è basata sul fatto che le persone che scelgono di aderire, e sono accettate dagli altri partecipanti, ai programmi di credito potrebbero già possedere una migliore predisposizione e maggiori capacità rispetto a coloro che a questi programmi non partecipano e, quindi, è ovvio che riescano ad ottenere risultati migliori.
Probabilmente una parte di verità è certamente presente in questa valutazione di metodo perché il meccanismo prevalente di selezione dei debitori prevede una responsabilità del gruppo che si forma rispetto alle obbligazioni del singolo, nel senso che se è selezionata una persona che non è in grado di ripagare il prestito le persone che dovrebbero essere aiutate dopo di lei non riceveranno nulla.
Non sembra, quindi, assolutamente improbabile che i gruppi si costituiscano con la massima attenzione da parte dei partecipanti nella selezione di “compagni di credito” che posseggano qualità umane, volontà, buona salute e capacità professionali.
L’esclusione dei meno “affidabili” avviene anche col microcredito. In questo caso non è la mancanza di “garanzie” patrimoniali a costituire il motivo dell’esclusione dal credito come nel caso delle banche tradizionali.
Questo strumento è eccessivamente enfatizzato e, spesso, presentato come l’unica iniziativa che può portare alla riduzione della povertà.
L’affermazione che basti concentrare le risorse sul microcredito per ottenere la totale riduzione della povertà non sembra, infatti, condivisibile in quanto oltre all’iniziativa individuale non sembra possibile non ipotizzare che, in ogni caso, l’intervento pubblico sia presente.
Sotto forma di sussidio per coloro che non riescono a trovare attività indipendenti da svolgere o come programmi di alfabetizzazione e di formazione professionale per aumentare le capacità, e la possibilità di un miglioramento a lungo termine, per ognuna delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà.
I programmi per la creazione di strutture di base (strade, fognature, case, …) non possono essere considerati nella voce “assistenza ai poveri”, e magari ridotti se mancano i fondi, ma sono semplicemente un intervento doveroso da parte di un’amministrazione pubblica che dovrebbe, in via prioritaria, preoccuparsi di un’equa distribuzione delle risorse tra i cittadini e di mettere ognuno nella condizione di poter migliorare effettivamente la propria condizione di vita.
Il movimento per il microcredito, peraltro, sembrerebbe promuovere il messaggio che il mercato è la misura d’ogni cosa. E’ la mancanza d’accesso al credito, la retorica afferma, che intrappola la gente nella povertà e non lo sfruttamento dei mercati del lavoro, la diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli od il peso dei debiti nazionali e dei conseguenti programmi d’austerità.
Probabilmente, questa forte premessa “ideologica” ha reso il microcredito così popolare anche presso governi ed istituzioni che s’ispirano a metodi di azione economica liberali e con il mercato come punto di assoluto riferimento (come gli Stati Uniti e la Banca Mondiale).
Quest’attività, infatti, può essere vista come la prova che anche l’ingiustizia sociale insita nella “povertà” possa essere alleviata con l’iniziativa del singolo stesso coinvolto in tale situazione e non necessita dell’intervento, o del sostegno, dell’ amministrazione pubblica.
Solo poche voci dissenzienti sono ascoltate.
Per esempio, Fawzi Al-Sultan presidente dell’IFAD (International Fund for Agricultural Development) avverte che “… i poveri hanno eguale necessità di accedere anche alle migliori tecnologie, a servizi sanitari ed educativi, a mercati corretti ed adeguate infrastrutture…” e ricorda agli ascoltatori che “ … un prestito costituisce un peso per i debitori poveri …”.
Poul Grosen del Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo è anche più diretto: il credito “può persino aggravare la povertà. I poveri sono meritevoli di credito, certamente, ma qualche volta le donazioni per avviamento di attività, programmi di addestramento, miglioramento di tecnologie, … sono l’approccio più appropriato per ridurre la povertà piuttosto che estendere i prestiti.”
Dopo 8 anni di prestiti il 55% delle famiglie di Grameen non è in grado di soddisfare i propri bisogni basilari di nutrizione e molte donne utilizzano i propri prestiti per acquistare cibo, piuttosto che investire in attività.
In uno studio pubblicato recentemente da Anne Marie Goetz e Rina Sen Gupta si sostiene che una “parte significativa” dei prestiti concessi alle donne sono investiti direttamente dai parenti uomini e che le donne mantengono solo la responsabilità del rimborso alla banca od all’organizzazione concedente.
Solo nel 37% dei casi le donne mantengono un totale, od almeno significativo, controllo degli affari che s’intraprendono a loro nome.
Una quota del 22%, addirittura, non conosce come i loro mariti, figli, fratelli, hanno investito i prestiti e non sono assolutamente coinvolte nelle “loro” microimprese.
Sotto la bandiera della loro liberazione, Grameen corre il rischio di rafforzare il ruolo tradizionale della donna.
I servizi offerti da Grameen sono assolutamente minimi, ed essa si limita a garantire unicamente credito alle donne, mentre altri programmi di microcredito in Asia come, per esempio, India’s Self-Employed Women’s Association, offrono il credito come parte di un’ampia gamma di servizi come organizzazione, addestramento capacità imprenditoriali, attività di sostegno politico ed assistenza ai progetti..
L’esperienza dei paesi sviluppati, negli ultimi venticinque anni, sembrerebbe dimostrare che una rapida crescita economica sia una premessa essenziale per una rapida riduzione della povertà.
I paesi che sono cresciuti più velocemente – principalmente nel sud-est dell’Asia – hanno anche sollevato le loro popolazioni da una condizione di povertà in un periodo di tempo molto breve.
Ad una verifica più stretta, si può constatare che non ci sono relazioni fisse tra il tasso di crescita economica ed il tasso di riduzione della povertà.
Paesi con tassi molto simili di crescita economica spesso mostrano differenti tassi di riduzione della povertà e viceversa altri paesi hanno tassi di riduzione della povertà significativi pur avendo ottenuto una crescita economica più limitata.
Parlando in linea generale, si può ipotizzare che qualsiasi azione migliori la capacità della gente povera di partecipare al processo di crescita avrà un riflesso positivo su quella che si potrebbe definire tecnicamente “l’elasticità della povertà rispetto alla crescita economica”.
Questa capacità di partecipare della parte povera della popolazione dipende dalla possibilità d’
avere accesso alle risorse, alla tecnologia ed al mercato.
Un’importanza molto rilevante, in quest’ambito, assume la capacità delle istituzioni locali di gestire le risorse di proprietà comune come le foreste, i pascoli e l’acqua.
Una parte importante delle popolazioni delle zone rurali in Asia, Africa ed America Latina dipendono in modo determinante da queste risorse per il loro livello di vita.
Riprendendo l’esempio del Bangladesh va ricordato che in esso sono giunte grandi somme sotto forma d’aiuti stranieri, negli ultimi decenni, ma tutto questo denaro non ha lasciato alcun segno sulla condizione dei più poveri, delle famiglie e dei villaggi.
Ricerche condotte nello stesso Bangladesh dimostrano che almeno il 75% del denaro destinato agli aiuti viene speso all’interno dei paesi donatori per comprare merci ed attrezzature, per pagare consulenti, esperti, burocrati.
Il restante 25% è speso nel paese che si vorrebbe aiutare e va agli appaltatori, ai consulenti locali ed ai burocrati.
Le uniche persone che ne beneficiano realmente sono quelle già benestanti, mentre i poveri se ne avvantaggiano ben poco malgrado tutto sia fatto in loro nome.
A giudizio di Yunus gli aiuti così organizzati, benché generosi, avviliscono lo spirito d’ogni individuo povero e tendono a mortificare la sua dignità di essere umano.
Inoltre, i progetti grandiosi hanno avuto sinora la priorità presso i Paesi Donatori e presso le istituzioni internazionali, come la World Bank.
Per il fondatore della Grameen Bank è certamente meglio avere una visuale più limitata e terrena, in altre parole più pratica e concreta.
Si dovrebbe intendere lo sviluppo come un processo che attiene strettamente alla realtà dei poveri, cambiando la visuale cambiano del tutto i termini del problema. Se ci mettiamo nei panni dei poveri, i metri di giudizio devono essere differenti.
Allora, un effettivo indice di sviluppo potrà essere considerato il numero dei vestiti che un individuo possiede od il numero dei pasti che riesce a consumare in una giornata.
Nei paesi donatori, inoltre, è sempre presente una forte tentazione: quella di cedere ad una distorta ottica di merito secondo la quale il povero è tale perché lo merita, gli altri possiedono perché lo meritano.
Di conseguenza, seguendo tale teoria, coloro che elargiscono aiuti, dall’alto della loro autosufficienza, e con un sottile senso di superiorità, avrebbero in qualche modo il diritto di imporre il proprio modello di sviluppo.
Il microcredito è sostenibile finanziariamente ?
Per quanto riguarda la sostenibilità finanziaria delle istituzioni che operano col microcredito la prognosi non è molto ottimistica, almeno per la maggioranza di esse.
Le analisi condotte dalla World Bank e dall’IFAD dimostrano che la maggioranza non raggiunge un minimo criterio di sostenibilità finanziaria delle proprie iniziative.
Va aggiunto, però, che i programmi più importanti (come Grameen Bank in Bangladesh, Bancosol in Bolivia, BKD e LPD in Indonesia), che servono una quota rilevante del totale di clientela che si rivolge al microcredito, mostrano i primi segnali di una possibile sostenibilità oppure, almeno, abilità nell’ottenere miglioramenti consistenti nella gestione e flessibilità nell’approccio ai programmi.
Le analisi di bilancio effettuate su quanto mette a disposizione Grameen Bank confermano che l’iniziativa è ancora sostenuta grazie a donazioni e prestiti a tassi agevolati da parte d’Agenzie Internazionali o di donatori (pubblici o fondazioni private).
Nell’analizzare i dati si può verificare che la necessità di richiedere tassi superiori a quelli di mercato è giustificata da costi di gestione delle transazioni certamente più elevati di quelli delle banche tradizionali in quanto la modalità “porta a porta”, per la concessione di credito e la raccolta di risparmio, necessita di un costo aggiuntivo certamente non irrilevante.
Al riguardo di questa maggiorazione del tasso d’interesse va anche detto che il personale di queste istituzioni compie un innegabile servizio e, in particolare, il contatto settimanale consente un dialogo ed una “consulenza” che in alcuni casi può certamente rivestire un certo valore economico per chi la riceve e, quindi, queste persone possono giustificare una lieve maggiorazione dell’interesse pagato per il prestito.
Per ottenere un successo significativo e raggiungere numeri elevati di famiglie, è necessario, in ogni caso, che il differenziale tra il tasso di mercato e quello praticato per il microcredito non sia tale da scoraggiare il ricorso a questo tipo di prestito ed anche che l’interesse richiesto non si appropri di una parte troppo elevata del reddito aggiuntivo che il singolo debitore può attendersi di ottenere dalle proprie nuove iniziative.
Dall’analisi effettuata degli aspetti organizzativi di Grameen emerge, inoltre, una certa tendenza a costituire più livelli direttivi in modo tale da aggravare ulteriormente i costi gestionali con un rapporto personale indiretto / personale operativo che, alla luce anche delle tecnologie oggi disponibili, sembra assolutamente eccessivo.
Questo problema esiste nella maggior parte delle aziende con un personale molto numeroso e la tendenza alla burocratizzazione è sempre presente.
In questo caso, però, ogni persona non direttamente a contatto con la clientela rappresenta un onere che deve essere attentamente valutato perché non si tratta di sottrarre utili ad un ipotetico azionista ma si tratta di impedire una possibile riduzione dei tassi d’interesse praticati o di impedire l’accantonamento di riserve per eventuali future necessità.
Un eccesso di burocratizzazione si traduce, quindi, in uno spreco di risorse governative, o di donatori internazionali, e certamente non contribuisce alla lotta per la riduzione della povertà (se si eccettuano naturalmente i laureati che sono assunti inutilmente e di cui certamente si migliora la condizione economica personale, ma che non appartengono, in linea di massima, a famiglie che possono essere definite povere).
A mio giudizio, quindi, i donatori e le organizzazioni internazionali che desiderano sostenere l’attività del microcredito dovrebbero richiedere chiarezza assoluta ed avere garanzie che i fondi siano totalmente destinati ai prestiti verso i poveri e solo una piccola parte di questi importi, predeterminata, possa finanziare i costi di avviamento delle varie iniziative.
In caso di sostegno finanziario ad organizzazioni già attive da anni andrebbe posto un limite ai costi amministrativi che esse possono sostenere in rapporto percentuale al totale dei prestiti che sono in grado di concedere.
Superato questo rapporto l’organizzazione si trova in una situazione di eccessiva burocratizzazione e, quindi, il sostegno finanziario non dovrebbe essere più rinnovato in quanto queste istituzioni non dimostrano una necessaria attenzione per il loro obiettivo di indipendenza finanziaria a medio termine.
Va ricordato che la tendenza ad appesantire le strutture di personale è presente anche nelle agenzie governative e nelle organizzazioni no-profit animate dalle migliori intenzioni sulla carta, ma che si trovano a dover sostenere costi amministrativi, e di promozione per la raccolta fondi, che possono praticamente vanificare l’efficacia operativa della propria attività.
E’ nota la critica, soprattutto americana, all’inefficienza delle organizzazioni internazionali che fanno riferimento all’ONU.
La lotta all’eccesso di burocrazia rischia, quindi, di non trovare troppi sostenitori in queste masto
dontiche strutture che, però, sono quelle che possono concedere un reale sostegno finanziario al microcredito e che rischiano di portare avanti finanziamenti “a pioggia”, anche per motivi geo-politici, verso organizzazioni che non possono ottenere altro risultato che quello di utilizzarli in modo distorto rispetto all’obiettivo di ridurre la povertà.
Il microcredito è trasferibile in altre realtà economiche e sociali ?
Due economisti americani, Ralph Chami e Jeffrey Fisher, hanno scritto un saggio per dimostrare che i microfinanziamenti in molti casi non funzionano.
La teoria di questi studiosi americani è che il microcredito funziona nelle società rurali, come le riserve degli indiani o le campagne dell’Arkansas, oppure in alcune particolari comunità urbane, come i coreani a Los Angeles od i neri del ghetto di Chicago, ma fallisce nelle metropoli perché vengono a mancare i due presupposti del successo: le sanzioni sociali per chi non restituisce il credito e la solidarietà di gruppo.
Questo studio inizia ricordando la promessa dell’ex-Presidente Clinton, durante la campagna elettorale, di incrementare la disponibilità di credito per i poveri nelle aree urbane e di costituire 100 banche comunitarie per lo sviluppo negli Stati Uniti.
I risultati ottenuti suggeriscono, a giudizio degli autori del saggio, che i progetti di successo sia negli Stati Uniti sia altrove, si realizzano solo in comunità omogenee e con debitori geograficamente immobili.
Questi elementi consentono un controllo costante che sostituisce la pratica delle banche commerciali di verificare che il debitore non abbia avuto problemi nella restituzione di crediti precedenti.
Al contrario, i progetti che non ottengono buoni risultati si sono rivolti ad una popolazione eterogenea e mobile e questi elementi hanno impedito di mantenere una costante attività di controllo su di essa.
A loro giudizio il piano dell’Amministrazione americana relativo alle banche comunitarie (Community Development Banking and Financial Institutions Act, novembre 1993) non tiene conto di alcuni aspetti importanti.
Si ignora, per esempio, che dove esiste un fallimento del mercato è irrealistico che la maggioranza delle banche comunitarie possa essere profittevole (condizione che viene ritenuta necessaria nella legge sopra indicata). Infatti, il fatto che le banche commerciali scelgano di non stabilirsi con filiali in queste zone indica che, a loro giudizio, esse non saranno profittevoli.
Questo fatto potrebbe anche essere dovuto a costi fissi di queste aziende bancarie non sostenibili e le banche comunitarie potrebbero, talvolta, essere in grado di fornire lo stesso servizio più economicamente rispetto alle banche commerciali.
Basandosi sull’esperienza di altre istituzioni finanziate dal governo è difficile ipotizzare che esse riusciranno ad essere più efficienti di quelle basate sul capitale privato.
In secondo luogo nessuno analizza il perchè di questa mancata profittabilità.
Le condizioni essenziali per eseguire il controllo dei possibili debitori (separando quelli ad alto rischio d’insolvenza dagli altri) sono spesso mancanti nelle aree urbane degli Stati Uniti e, per estensione, si potrebbe affermare che ciò valga anche per tutte le aree urbane nei paesi occidentali industrialmente sviluppati.
Ci si attende, quindi, che la maggior parte dei progetti in corso non potrà sostenersi autonomamente e non è chiaro se i benefici ottenuti con questi interventi saranno superiori ai costi.
In sintesi, si ritiene che la via più efficiente per incoraggiare una rivitalizzazione dei sobborghi non sia quella di far partire queste banche comunitarie ma quella di sostenere direttamente le attività che si considerino desiderabili per ottenere questo scopo.
Dove, ovviamente, le condizioni consentono alle banche comunitarie di diventare auto sufficienti questa considerazione non ha più motivo di essere.
Si ritiene molto improbabile che questo genere di banche comunitarie possano avere successo nelle grandi città perché, difficilmente, è possibile ottenere le condizioni necessarie di controllo sociale (prima e dopo la concessione del prestito) che agevolano il successo delle iniziative di microcredito nelle aree rurali.
La conclusione dell’analisi di Chami e Fischer è riferita alla legge approvata dal Parlamento degli Stati Uniti e si vuole avvertire l’amministrazione che, prima di avviare un nuovo programma federale cui sono destinati centinaia di milioni di dollari, si dovrebbe essere certi che non si stia soltanto fornendo dei sussidi, in modo nascosto, e con poca possibilità di incidere veramente sul degrado sociale ed economico delle aree che si vorrebbe aiutare.
Queste considerazioni ci portano a ritenere che in alcune circostanze abbastanza limitate, sia numericamente sia geograficamente, anche nei paesi industrializzati e più sviluppati possano consolidarsi iniziative di microcredito pur tenendo presente che il differente contesto sociale rispetto alle comunità rurali avrà un notevole peso.
Inoltre, l’attività di microcredito sembra dimostrato riesca a svilupparsi, e consolidarsi, solo dove le persone cui sarà possibile accedere ad un prestito hanno solo il problema di una mancanza di risorse finanziarie o sono prigioniere del circuito stritolante dell’usura.
Nel caso di società diverse da quelle con marcate caratteristiche rurali esiste, a mio giudizio, un ulteriore elemento critico e, cioè, le persone più povere non sono in grado di intraprendere ex-novo un’attività imprenditoriale autonoma in quanto il contesto sociale ed economico nel quale vivono non richiede questo tipo di attività.
Per esemplificare: una persona che vive sotto alla soglia di povertà in Italia, di norma, non ha le competenze inutilizzate del tessitore del Bangladesh e, quindi, la sua ricerca si rivolgerà necessariamente ad un’attività dipendente oppure sarà obbligato dal mercato del lavoro ad accettare un lavoro precario, mascherato da attività autonoma.
La questione può essere schematizzata come segue:
In molte realtà rurali le persone sono povere poiché non riescono a sfruttare capacità professionali che, per tradizione familiare o per apprendimento diretto, esse già possiedono e, quindi, il problema più rilevante che devono risolvere è principalmente quello di ricevere un sostegno finanziario a condizioni non penalizzanti.
Nelle aree periferiche delle grandi città, e nei paesi industrializzati, le persone al di sotto della soglia di povertà hanno, soprattutto, il problema che la società in cui vivono richiede sempre meno lavoratori non qualificati e la concorrenza sul mercato del lavoro risulta elevatissima, vista la tendenza all’urbanizzazione che porta ad un affollamento di persone in difficoltà nelle periferie. La soluzione per questo tipo di povertà può passare solo in un secondo momento per la concessione di un microcredito (peraltro unitariamente molto più elevato che non nelle aree rurali), ma solo dopo la formazione di nuove professionalità in queste persone attraverso l’intervento pubblico, in modo diretto od attraverso il sostegno ad organizzazioni no-profit.
In realtà, nelle società industrializzate le situazioni di estrema povertà derivano spesso anche da un disagio sociale causato da elementi personali che provocano esclusione (disturbi mentali, tossicodipendenza, appartenenza a minoranze emarginate, …) e, quindi, l’innalzamento di queste persone al di fuori della povertà non potrà avvenire solo con il loro impegno personale ed un piccolo sosteg
no finanziario.
In generale, ed escludendo solo pochi paesi, la situazione del continente africano sembra assolutamente preoccupante sotto il profilo economico e per la devastazione causata dalle svariate guerre per il controllo delle risorse minerarie e del petrolio.
In questo contesto appare molto difficile che il microcredito possa ottenere risultati significativi e raggiungere un numero elevato di famiglie.
Il problema principale sembra essere il fatto che non esiste domanda, e disponibilità finanziaria, da parte di possibili acquirenti necessaria per lo sviluppo di microattività come la vendita ambulante di prodotti alimentari e pollame oppure di prodotti artigianali.
In sostanza la povertà è troppo diffusa, le carestie devastanti, e solo gli aiuti internazionali sembrano poter mantenere in vita milioni di persone.
Forse, in Africa il microcredito potrebbe avere un ruolo, ma solo nelle comunità rurali ed a sostegno unicamente di necessità di finanziamento della produzione agricola e come possibile sostegno, in caso di raccolti sfavorevoli, per sopravvivere senza indebitarsi rovinosamente con gli usurai.
Probabilmente lo schema stesso degli aiuti alimentari internazionali rende ancora più disastrosa la situazione perché da un lato avvilisce la volontà e mortifica la dignità delle persone che li ricevono e dall’altro lato le organizzazioni internazionali acquistano, vergognosamente, prodotti alimentari dalle eccedenze di produzione dei paesi ricchi e praticamente non destinano risorse finanziarie nell’acquisto di produzioni almeno realizzate in Africa.
Considerando, quindi, la drammaticità dei problemi economici e sociali dell’Africa (non dimenticando la diminuzione di popolazione causata dall’Aids e da malattie anche molto meno gravi ma che i paesi africani non riescono più a curare per mancanza di medicinali o per l’eccessivo costo degli stessi) lo sviluppo del microcredito non dovrebbe essere considerato, a mio giudizio, una priorità da parte degli organismi internazionali in questo continente.
Anzi, l’enfatizzazione delle capacità taumaturgiche dello strumento microcredito suona un po’ come il desiderio di dare un alibi alla mancanza di intervento della comunità internazionale sostenendo la teoria che in Africa si muore di fame perché, tutto sommato, sono gli africani che non sono capaci di aiutare se stessi ad uscire dal circolo vizioso della povertà.
Solo un piano di intervento internazionale serio, e rispettoso delle persone, potrà contribuire alla diminuzione della povertà e certamente non una sporadica carità che viene concessa da nazioni che, per di più, sono normalmente gli ex-colonizzatori e quelli che vendono armi alle fazioni in lotta in cambio delle concessioni minerarie e petrolifere, arricchendo una limitata minoranza di governanti e funzionari pubblici ed impoverendo oltre ogni ragionevole misura tutto il resto della popolazione.
In conclusione, è molto probabile che il microcredito si svilupperà nelle aree rurali asiatiche ed in america latina, dove potrà ottenere anche risultati d’assoluto rilievo nella lotta alla riduzione della povertà se, ovviamente, l’intervento regolatore dei governi lo consentirà e le politiche di sostegno allo sviluppo lo affiancheranno e lo completeranno.
Per i paesi “industrializzati” sarà, probabilmente, più efficace prevedere altri schemi operativi come, ad esempio, quello dei “prestiti d’onore” che sono destinati a sostenere iniziative di lavoro autonomo (negozi, piccolo artigianato, …) di persone con problemi occupazionali, ma solo marginalmente questi interventi potranno essere inquadrati nell’ambito del microcredito e ,difficilmente, opereranno a favore dei più poveri tra i poveri.
Il problema della povertà nei paesi occidentali, e sviluppati in senso più ampio, riceverà un limitato apporto da parte del microcredito e, quindi, sembra inopportuno destinarvi risorse finanziarie eccessive, riducendo nello stesso tempo quanto s’intende spendere a titolo di sussidi ed in programmi di recupero e d’aggiornamento professionale o, comunque, in programmi d’intervento pubblico destinati, in modo mirato, alla riduzione della povertà tra gli ultimi e gli emarginati.
Esiste, infine, il problema dei paesi ex-socialisti in Europa dove l’improvviso passaggio ad un’economia di mercato, senza una correlativa creazione di un sistema di controllo, ha creato una situazione di rapido, ed in molti casi drammatico, impoverimento d’ampi strati della popolazione.
L’attuale situazione in Russia, nelle altre Repubbliche ex-URSS e nelle nazioni che appartenevano al Patto di Varsavia, vede una diffusa presenza di quello che viene definito settore “informale” termine che, in questo caso, vuol solo definire il tentativo di sopravvivere con ogni genere di traffico, più o meno legale che esso possa essere.
Questa situazione economica, in veloce deterioramento, ha creato uno sviluppo enorme del controllo mafioso del territorio ed anche un numero elevato di conflitti militari, con effetti di progressivo impoverimento sulla popolazione di queste zone.
L’unico tentativo di introdurre il microcredito in una situazione di questo tipo, come strumento di auto aiuto e per ricostruire una minima economia, è stato effettuato in Kosovo, proprio affidando a Grameen Bank l’organizzazione di questo tipo di azione per conto della Missione Arcobaleno, promossa dal governo italiano ( ).
Nonostante l’enfasi posta nella presentazione del progetto e pur alla presenza di una società rurale quest’intervento non ha, sinora, prodotto praticamente nulla.
A seguito di una domanda diretta, via e-mail, Grameen Trust ha risposto in data 2 Agosto 2000 che hanno inviato sul posto un responsabile di progetto, ed altro personale, direttamente dal Bangladesh ed hanno attivato due filiali e concesso prestiti per circa 7.000 USD ($) a 14 persone.
Questi numeri si commentano da soli, ritengo, e dimostrano un’assoluta difficoltà a rendere efficace questo strumento al di fuori di precise condizioni economiche e sociali.
Colpisce, peraltro, il fatto che per seguire quest’iniziativa si sia inviato personale direttamente dalla Grameen Bank e non si sia formato personale locale, come normalmente viene previsto.
Quest’ultimo aspetto può essere alla base di quello che, sinora, appare come un evidente insuccesso del progetto e, forse, quest’errore deriva dal desiderio di ottenere rapidi risultati in una realtà così provata dalla guerra.
Quali sono i problemi che il microcredito incontra nel suo sviluppo ?
Esiste la possibilità, di cui si è già detto in precedenza, che i programmi di microcredito non riescano, in realtà, a raggiungere i più poveri tra i poveri in quanto esiste un possibile meccanismo di esclusione insito nell’adozione del gruppo di debitori come strumento atto a selezionare coloro che saranno in grado, presumibilmente, di restituire i prestiti ricevuti.
Il bilanciamento tra equità ed efficienza, necessario nei programmi di microcredito, induce a ritenere che l’intervento pubblico debba, comunque, essere presente con dei programmi di intervento, ed anche dei sussidi diretti, nelle situazioni personali più precarie dove anche lo strumento del microcredito non è in grado di essere efficace.
Il problema della possibile esclusione non va sottovalutato in quanto i lavoratori agricoli senza terra trovano molto difficile trasformare se stessi in imprenditori e molti di loro non possiedono neppure una minima attitudine per pensare di assumersi il rischio di intraprendere un’attivit&
agrave; indipendente.
Nell’evoluzione ad uno stadio più avanzato i programmi di microcredito si trovano a confrontarsi col problema della dipendenza dal credito cioè il fatto che la dimensione dei prestiti richiesti aumenta di molte volte rispetto agli inizi del programma.
In sintesi, la dipendenza dal capitale cresce a causa delle limitazioni del mercato in quanto i prestiti sono destinati, principalmente, per attività non agricole ed eventuali limitazioni all’espansione dei settori non agricoli fissano un livello massimo ai crediti che possono essere investiti profittevolmente.
La possibilità di sviluppare queste attività dipende, quindi, in modo molto stretto dall’espansione del settore agricolo.
Se l’agricoltura migliora anche i settori non agricoli delle zone rurali crescono d’ importanza sulla base di varie connessioni con il settore primario.
Ma se l’agricoltura rallenta questa situazione riduce automaticamente la richiesta di altri beni e servizi, anche non direttamente ad essa connessi, quindi l’espansione del microcredito in queste zone non potrà creare nuove opportunità di impiego per i poveri.
In una condizione di questo tipo ogni forzatura rischia solo di mettere a rischio la sostenibilità del credito concesso.
Quest’argomento non è, ovviamente, applicabile in caso di uno sviluppo orizzontale, sviluppando i prestiti in aree geografiche diverse.
Nel caso specifico del Bangladesh, che ormai rappresenta un punto di riferimento per l’analisi degli effetti del microcredito, si stanno incontrando alcuni ostacoli nel processo d’espansione di quest’attività ed il valore medio dei prestiti è aumentato anche di cinque volte rispetto al valore dei primi prestiti concessi.
Il primo tipo di problema riguarda una diminuzione del tasso di rimborso, che tende a diminuire costantemente rispetto al 95% dei primi tempi e, in alcune situazioni, tende ad essere anche meno dell’80%.
Se quest’elemento si evidenziasse, a livello di media, sul totale dei prestiti concessi esso causerebbe un importo tale di prestiti inesigibili che sarebbe in grado di mettere in serio dubbio la possibilità di continuare l’attività di microcredito e potrebbe rendere insolvente la stessa Grameen Bank.
La seconda difficoltà è inerente al fatto che molti debitori stanno ritornando ad essere dipendenti dai prestatori di denaro dei villaggi (leggi usurai) per poter far fronte alle rate di rimborso settimanale.
Infine, il richiamo di prestiti significativi sta inducendo molte famiglie, che non appartengono all’obiettivo del programma, a cercare di inserirsi tra i debitori e questo fatto può causare difficoltà a raggiungere i risultati sperati disperdendo le risorse disponibili.
Questi problemi sono emersi in Bangladesh ma sembra razionale ritenere che essi si porranno presto anche in altre realtà in quanto questo paese è ad uno stadio certamente più avanzato , rispetto agli altri, nella diffusione del microcredito e da un periodo di tempo più prolungato.
Sembra, quindi, necessario che i programmi in essere, e quelli che saranno attivati in futuro, debbano trovare degli adeguati strumenti d’analisi per determinare la “dimensione ottimale” del prestito tenendo in chiara evidenza sia le esperienze, e le capacità, dei possibili debitori sia la forza della domanda di mercato.
Esiste, inoltre, la questione inerente al fatto che alcuni debitori si trovano ad avere richiesto un prestito troppo importante per le proprie forze e vista la tradizionale presenza di possibili prestiti usurai nei villaggi vi ricorrono e rientrano così in un circolo negativo che li riporterà al punto di partenza nella più assoluta indigenza.
Questi ultimi aspetti rappresentano, inoltre, un problema speciale per l’emancipazione femminile.
L’evidenza delle analisi suggerisce il fatto che, in caso di debolezza dovuta a dipendenza dal credito, i debitori donna possono perdere autonomia e controllo sull’impiego dei fondi ricevuti e del reddito che ne deriva.
Nelle prime fasi il microcredito si concentra sulle attività più tradizionali (allevamento pollame e mucche, mondatura del riso, tessitura, …) dove le necessità di capitale sono minime.
Una buona parte, se non la totalità, di queste prime iniziative corrisponde a quello che, magari su scala più limitata, le donne hanno sempre fatto come parte del loro contributo all’economia familiare.
Esse sono, quindi, perfettamente in grado di gestire ed organizzare queste attività da sole.
Quando, però, la dimensione del prestito cresce (anche di molte volte quello iniziale) il finanziamento di queste attività “tradizionali” decresce di importanza e subentrano iniziative dove le donne rurali povere non hanno precedenti capacità da mettere a frutto.
Come risultato di questo processo evolutivo del prestito si accresce il peso dei mariti e figli per quanto riguarda l’impiego di questi fondi.
Si crea una sorta d’impresa comune dove, però, le donne si limitano a procacciare la fonte di finanziamento dell’iniziativa.
Questa situazione rischia di compromettere l’autonomia femminile e di non far pervenire loro i benefici che si suppone possano fruire dall’attività intrapresa.
Ci sono alcuni studi che documentano questo sviluppo della situazione (Goetz e Sen Gupta 1996, Osmani 1998).
Considerazioni finali
Un’ampia varietà di istituzioni che operano nella microfinanza sta nascendo.
Di conseguenza le strategie sono di natura differente e chi ottiene successo dimostra che esso risiede, principalmente, nella capacità di incoraggiare differenti approcci per adeguarsi alle diverse condizioni che possono presentarsi oltre che ai differenti gruppi e tipologie di poveri che si vorrebbero servire.
Un aspetto pericoloso per lo sviluppo dell’intero settore della microfinanza, può essere individuato nella mancanza di professionalità, e di requisiti di possibile sostenibilità finanziaria, relativamente a progetti avviati solo per seguire una “moda” e rendersi visibili ai possibili donatori.
Inoltre, la notevole capacità di semplificare, sino ad arrivare ad un livello d’assoluta superficialità, ha fatto sì che l’argomento del microcredito sia ripreso dai mezzi di comunicazione in modo molto discutibile e basandosi su storie individuali o sul culto di quella persona (Yunus) cui è tributato un trattamento da personaggio, ma non si prendono in considerazione le sue critiche nei confronti dei paesi occidentali.
L’analisi dovrebbe, invece, concentrarsi sull’efficacia dello strumento microcredito nella lotta alla povertà e, una volta definito positivo il suo impatto, sulle modalità di sostegno finanziario ed organizzativo, valutando da quali realtà geografiche sembra più produttivo partire per ottenere il massimo di risultato e nello stesso tempo cercare di eliminare la maggior parte dei problemi che possono emergere.
Per quanto riguarda i cosiddetti paesi “industrializzati” l’efficacia dello strumento è quantomeno dubbia ma ciò non toglie che le strutture creditizie già esistenti (come le casse rurali ed altre istituzioni locali) dovrebbero essere decisamente obbligate, con interventi legislativi, ad occuparsi dei problemi del territorio e delle persone non privilegiate.
Quest’azione rientra, peraltro, solo marginalmente nel concetto di microcredito, per come viene generalmente definito ed inteso.
Devo ammettere che in una fase iniziale di quest’approfondimento avevo sviluppato una forte, e convin
ta, adesione all’idea che il microcredito possedesse proprietà “salvifiche”, e mi meravigliavo che l’argomento non avesse un impatto ed uno sviluppo più significativo.
A conclusione del percorso svolto lo strumento però non mi appare oggettivamente così universalmente applicabile e non porta con sé, in modo automatico, risultati miracolosi.
Questo desiderio di credere che un povero è povero in quanto non s’impegna a sufficienza e che basta fornire un piccolo capitale di partenza per fare di tutti i più poveri della terra dei microimprenditori di successo appare, sinceramente, una semplificazione così estrema che non sembra assolutamente condivisibile in modo incondizionato.
Detto tutto questo, lo strumento del microcredito ha mostrato doti inimmaginabili in realtà adeguate sotto il profilo della struttura economica e della diffusione di capacità professionali che dovevano solo essere meglio utilizzate.
La lotta che attraverso il microcredito può essere effettuata per ridurre al minimo possibile l’usura è un aspetto importantissimo e rappresenta uno dei punti di forza di questi programmi.
La riduzione della povertà con un effetto stabile e di medio-lungo periodo non può, però, che passare per programmi di intervento statali, o di organizzazioni non governative adeguatamente finanziate, per elevare almeno i figli di questi poveri al di fuori di questa condizione e, soprattutto, ponendo come priorità assoluta l’eliminazione dell’analfabetismo e della diffusione di malattie assolutamente curabili o prevenibili.
In un contesto d’intervento forte e complessivo con l’obiettivo di ridurre la povertà nel mondo anche il microcredito potrà dare un valido contributo.
Senza programmi d’intervento a completamento, ed integrazione, della sua azione il microcredito produrrà nel lungo periodo risultati limitati.
In conclusione, se i politici dei paesi “industrializzati” e gli stessi governanti dei paesi in “via di sviluppo” si affideranno unicamente a questo strumento è quasi certo che il risultato finale sarà insoddisfacente e che le risorse andranno in alcuni casi sprecate, quindi è necessario che tutti abbiano la consapevolezza che il microcredito non eliminerà d’incanto le ingiustizie sociali del mondo.
Essi non sono esentati, quindi, dal compito di destinare risorse ad interventi pubblici per azioni concrete, ed incisive, a favore dei poveri che sono, purtroppo, un’assoluta maggioranza numerica nel mondo.
Circolo Bertrand Russell – Como
BIBLIOGRAFIA
Grameen Trust Pubblications, Mirpur 2, Dhaka 1216 Bangladesh
Fax/Phone : +880 2 8016319 E-mail : g_trust@grameen.net / g-repli@grameen.com
Grameen Foundation USA, 1709 New York Avenue NW, Suite 101 – Washington DC 20006, Phone : (202) 628-3560 Fax : (202) 628-3880 E-mail : info@grameenfoundation.org
Volumi
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Yunus M. , Il banchiere dei poveri (Vers un monde sans pauvreté) – Feltrinelli, Milano 1998
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Volpi F. , Il denaro della speranza – Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1998
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Grameen Trust, Draft Training Manual on Planning, Monitoring & Evaluation – Wayne Tomlinson, Washington 1994
Pubblicazioni Organizzazioni Internazionali
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Report of the World Summit for Social Development, Copenaghen 6-12 march 1995
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Buckley G. , Microfinance in Africa : is it either the problem or the solution? – World Development, vol. 25, No 7 – 1997
Fuslesang A. Chandler D., Participation as a Process – what we can learn from Grameen Bank, NORAD – 1986
IFAD, Rural Finance Policy, Executive Board Sixty-Ninth Session, Rome 3-4 may 2000
IFAD, Workshop on Rural Poverty, Rome 24-25 january 2000








Per commentare questo post ci vorrebbe un libro
ma conoscendo Claudio Cattaneo è più opportuno parlarne con lui per solleticare un ego culturale;almeno qualcuno che pensa e studia c’è ancora a Como. Però voglio fare un’osservazione – posto che le argomentazioni del post mi sono ben note – : se il punto è distribuire la ricchezza io sono dell’idea che vada distribuita in senso pubblico. Non aumentando il reddito individuale, ma facendo politiche attive: reinserimento sociale post-perdita del lavoro, alta formazione permanente, sistemi generali di servizio inclusivo (sanità e servizi paramedici).
Il microcredito è cosa ottima e meritoria: funziona in processi limitati e controllabili da parte di chi eroga il credito. Ma dico che per crescere una società, in punta quanto in basso, ha bisogno di un sistema equilibrato di credito. Con aziende erogatrici in grado di rischiare davvero. Un dato: a Prato, dove Montezemolo ha parlato dei problemi delle imprese e ha messo in mora il Governo, il Presidente dell’ABI ha detto che le banche erogano fondi d’investimento pari al 90% del pil. A me sembra un dato non sufficiente. Qui non è come per il debito pubblico, dove c’è un debito verso il soddisfacimento di interessi diretti e materiali della popolazione, debito che finisce per sommare tutto pregi e difetti di uno sviluppo che non ripaga ad oggi gli interessi sul debito stesso. Qui si tratta di portare ad evoluzione il sistema del credito nel suo complesso che non sa fare impresa, proprio perchè non rischia. E allora è stridente il contrasto tra il microcredito e il credito assistito dei nostri istituti. Dico questo a scanso di equivoci: non vorrei che il punto fosse far crescere il sistema bancario a scapito della crescita di rischio degli stessi istituti eroganti. Sarebbe davvero un cattivo servizio al mondo delle imprese.
“I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: nel 1960 il 20% degli abitanti più ricchi della terra disponeva di un reddito 31 volte superiore rispetto al 20% degli abitanti più poveri. Nel 1998 il reddito del 20% dei più ricchi era 83 volte superiore a quello del 20% dei più poveri”
Premessa errata e tendenziosa, per come è espressa: il dato dice solo che è aumentata la differenza, non che i poveri sono diventati più poveri negli ultimi 40 anni.
Per validare la seconda affermazione dovresti analizzare il reddito reale pro-capite, o la spesa per consumi pro-capite, 40 anni fa e oggi.
Il dato che riporti potrebbe semplicemente dirti che, pur essendo tutti più ricchi di 40 anni fa, il 20% dei più ricchi ha aumentato il proprio benessere ad un tasso più elevato, sicchè il rapporto tra redditi alti e bassi è aumentato. Ma la disuguaglianza in sè non mi pare un male, se alla fine tutti stanno meglio.
Senza nulla togliere ai notevoli meriti del microcredito, usare premesse faziose (anche se, mi rendo conto, molto “attraenti”) non è a mio avviso il modo migliore per iniziare a discuterne, o per trattare i problemi dello sviluppo dei paesi poveri.
Sto leggendo la rivista L’economista .. o il blog Vivere e morire a Como?
Ok.. Mi chiedo a Como una famiglia normale, regolare che dipende dallo stipendio a fine mese composta di quattro persone; quante autombii si puo permettere??
Vent’anni fa se lavoravamo in quattro, potevamo comprare una “piccola” utilitaria x persona senza problemi.
.. mi chiedo (senza andare sull’astratto) nel 2006 a Como ci si puo permmettere un’automobile a testa se in famiglia lavoriamo in quattro?
Se Si il conto e’ fatto.. Non vivo piu’ a Como .. non ho il quadro della situazione reale, a parte le cifre che leggo su internet.
La fonte del dato che non ti piace è “Monde Diplomatique”.
Ringrazio Ghino di Tacco per il suo commento.
Il simpatico, anche se un pò prolisso, Claudio Cattaneo non ha nulla a che fare con quest’analisi.
Solo come informazione.
“Monde Diplomatique” o l’Economist sempre opinionisti sono .. ok tanto di cappello, grande ricchezza di informazioni e sondaggi …utilissimi. .. non ho detto che non mi piacciono.. solo che questi giornali si trovano in edicola e con il pc si possono tradurre tranquillamente in italiano .. Ho fatto solo una domanda semplicissima, /issima /issima
” senza andare around the bush”
Chissa come mai in Italia sembra che la SEMPLIFICAZIONE sia sinonimo di bischeraggine.. uno che fa una domanda semplice ..sicuramente dev’essere uno che viene da marte. mah…
Ripeto la domanda .. Una famiglia normale regolare a Como con 4 persone che hanno uno stipendio normale regolare (tipo 1400 euro mensili) si puo permettere un’automobile a testa? SI O NO? Non voglio sapere di piu’ .. non sono l’esattore delle tasse.
Scusa ma non capisco il senso della domanda riferita al microcredito.
Sarebbe in ogni caso cortese leggere tutto il post, anche se un pò lungo per essere su un blog, ed entrare nel merito della riflessione sul microcredito che è il tema.
Limitarsi a valutare se l’introduzione sia, o meno, politically correct non mi sembra particolarmente interessante.
Il pensiero mi è subito andato ad UNIPOL ma non capisco perchè?!?!?!?!
Rimango dell’idea che introdurre un qualsivoglia discorso con una premessa tendenziosa ed imprecisa sia un ottimo incentivo per non continuare la lettura (a me, purtroppo, fa questo effeto generalmente).
Il microcredito ha molti meriti, primo tra tutti quello di responsabilizzare i beneficiari a che si faccia un uso adeguato delle risorse.
Con buona pace di economisti/santoni alla Stiglitz o Sachs, gli aiuti internazionali hanno dimostrato più volte di far più male che bene, come ben documentato, con buona dose di autocritica in un paio di libri da William Easterly, ex economista per l’Africa alla Banca Mondiale. E fanno male proprio perchè manca la responsabilizzazione, necessaria per costruire i corretti incentivi e, di conseguenza, un efficace metodo di “accountability”.
Motivo per cui credo più al microcredito che non ai Millennium Goals e al “debt forgiveness” come strumento di lotta alla povertà.
I dati spesso riportati su come le zanzariere donate per prevenire la malaria giacciono utilizzate, mentre quelle vendute a prezzo modico (quanto sufficiente a pagare i lavoratori rigorosamente locali che le distribuiscono) sono al loro posto sopra i letti, sono emblematici della necessità di responsabilizzare i beneficiari degli aiuti.
Un altro merito del microcredito rispetto agli aiuti “dall’alto” è che consente una maggiore adattabilità alle esigenze locali: una banca di microcredito locale conosce molto meglio i problemi del Bangladesh o del Kenya piuttosto che un funzionario Onu a New York.
Responsabilizzazione, incentivi e adattabilità sono ingredienti che reputo essenziali per l’aiuto allo sviluppo, e sono ingredienti che il microcredito può dare, mentre gli aiuti internazionali no.
Nel caso dei paesi africani, però, c’è un forte limite (e qui dò ragione al buon Jeffrey Sachs): la geografia. I terreni agricoli sono in genere all’interno, lontani dai mari (da sempre principali vie di comunicazione); le distanze tra le comunità sono spesso eccessive. Tutti questi fattori ostacolano la costituzione di economie di mercato funzionali. Qui il microcredito avrebbe, credo, più difficoltà, se capitali maggiori non sono investiti (a fondo perso o meno, a seconda dei casi) in importanti infrastrutture, così da consentire un migliore accesso al mercato (motivo per cui, tra l’altro, reputo fondamentale la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina). Ovviamente, il tutto richiede governi onesti e trasparenti, l’opposto di ciò che troppo spesso è successo in quei Paesi.
Considerato il premio Nobel dato a Yunus, principalmente per il ruolo svolto nella lotta alla povertà, c’è poi da considerare un terzo elemento: WalMart, la grande catena di distribuzione americana, miglior acquirente di merci a basso costo di origine orientale. Secondo alcuni studi, che piaccia o no, è lui a detenere il primato di maggior numero di persone sollevate al di sopra della soglia di povertà.
Chiedo venia per la non cortesia di non avere letto tutto il “copia e incolla” Monde Diplomatique, chissa’ quanti che hanno fatto come me, e per cortesia non l’hanno detto. Per uno che non addetto ai lavori “Microcredito” vuole dire poverta’? Lo so siamo ai livelli della “pupa e il secchione”.
Sono d’accordo con te che l’articolo e’un po lungo non per un blog .. anche perche’ sul blog si leggono informazioni preziose e chi fa il riassunto ci mette del suo, quindi la lettura diventa leggera e interessante, e’ l’esatto contrario della carta stampata anche perche’ diciamolo francamente che in i giornalisti scrivono quello che gli e’ premesso di scrivere .. non quello che vogliono.
.. troppa gente che ci vuole indottrinare a forza d’informazioni.. il classico paternalismo ..Del tipo ” ma guarda che tu non sai.. e io invece so ..
” Ma proprio nessuno e’ in grado di rispondere alla mia semplicissima domanda ! “Como e’ piu’ ricca o piu povera di Milano?
Mi sembra di essere quel giornalista della BBC che per piu’ di 20 volte fece
la stessa domanda a quel politico che continuava a non focalizzare la domanda, menando il can per l’aia.
Il fatto che non apprezzi l’incipit è soggettivamente compresibile se si parte dalla convinzione, diversamente dal sottoscritto, che l’economia di mercato sia la scelta da preferire.
Mi fa piacere, peraltro, che si entra nel merito del tema e si conferma che, come in molte zone interne dell’Africa, la soluzione del microcredito non è così efficace come in parte dell’Asia o dell’America del Sud.
Che gli stati nazionali, aiutati dai paesi “donatori”, debbano esistere ed intervenire al livello infrastrutturale e nell’educazione, quanto meno, vedo che non viene messo più di tanto in discussione.
L’idea che Wall Mart ed il suo marketing abbia il merito di aver sollevato un elevato numero di persone dalla povertà in Asia trovo sia una considerazione interessante pur nella sua provocatorietà.