Comunicare quello che si è

novembre 16, 2006 in Como by insolitacommedia.it

Ci sarà pure un deficit di qualità mediatica del premier, non vi è dubbio, ma ci sono elementi che agiscono in modo tale da produrre effetti a cui non si può mettere la sordina. Né si può credere che da qualche parte stia l’ennesimo colpo di fantasia per dribblarne gli effetti politici.

Questo governo è unito da un programma firmato alla viglia delle elezioni di aprile. Le formazioni sono all’incirca nove ma i “club politici”, cioé quelle che un tempo si chiamavano correnti, molti di più. Sono per lo più escrescenze tormentate costruite sulle speranze senza progetto del post-89, e mai emerse definitivamente dal disfacimento della prospettiva progressista italiana, costruita sul sogno (equivocato e maladattato dopo il crollo delle forze politiche della cosiddetta “prima repubblica”) dell’incontro delle culture “socialista, comunista e cattolica”, di togliattiana memoria.

In questo arco di forze che oggi compone la maggioranza, non a caso, è venuta crescendo l’idea di una formazione politica che a quell’ispirazione si richiama, data allo statu nascenti da almeno un anno e mezzo. E, nella migliore delle ipotesi, ancora è attestata su quelle posizioni. E’ il segno della sua impossibilità e sarebbe ora di prenderne atto.

Il leader dell’odierna maggioranza non è a capo di nessuna forza politica, ancorché maggioritaria, all’interno dell’alleanza, differenza cruciale rispetto alla posizione di Berlusconi rispetto all’ ex CdL. Faccio un passo indietro. La creazione del duopolio televisivo, da più di vent’anni, ha permesso a Berlusconi di entrare in un agone mediatico già politicizzato (e come poteva essere altrimenti?) in cui il servizio pubblico, diviso in tre reti, era di fatto “appaltato” ai tre partiti maggiori di quei tempi, due di governo, Dc e Psi e uno di opposizione, il Pci.

Berlusconi vi si frappose assumendo il ruolo non solo di “competitore” del servizio pubblico, ma nel corso del tempo, in perfetta aderenza con i sommovimenti politici internazionali e interni, bisognerebbe ammettere, il moloch mediatico andrà ad assumere un ruolo di “quarta forza”, aspetto su cui spesso si sorvola, investendo su performatività e informazione e coprendo tutta la gamma di palinsesti possibili, aprendo nuove e inedite prospettive comunicative, tra cui collaborando a creare quella nuova, fiammeggiante, articolata e complessa antropologia, detta dell’individuo proprietario.

Proprietario del suo tempo, del suo futuro, non solo dei suoi averi, dotato di un nuovo linguaggio e nuovi simboli, “deideologizzato”. Il sogno giusto (nella Milano da bere) per gli esseri della società affluente, quella felicemente globalizzata; il famoso nuovo che, fino alla fine dei ‘90, avanzava.
Poteva esserci un rappresentante migliore dell’attuale Berlusconi?

Che ai tempi della legge Mammì frullasse nella testa di Berlusconi l’idea di un partito lo escluderei, ma la tessera della P2 e la contiguità con la politica che conta non era solo il frutto di convenienze contingenti o estemporanee. Che quell’idea sia venuta avanti è invece stato possibile per effetto di cause interne e conosciutissimi meccanismi della società dinnanzi alla comunicazione di massa, lasciati da noi a briglia sciolta da una classe dirigente impreparata, insensibile, ma soprattutto autoconvinta della propria invincibilità.

Con Tangentopoli e il vuoto di rappresentanza politica determinatosi nello schieramento “moderato”, la sua discesa in campo provocò di fatto lo stabilizzarsi del confronto su due forze, anziché quattro: il vecchio e il nuovo, i comunisti sconfitti dalla storia e i liberali vincitori, ecc. ecc. Non più partiti, ma forze della storia. Questo è il messaggio centrale di Berlusconi. Mentre la destra ne acquisiva uno, la sinistra perdeva il proprio, a portata di mano, per andarsi a infilare, alla fine, in un imbuto di nome partito democratìco, seguendo un’idea pasticciata, figlia di analisi del passato.

Berlusconi ha cercato di costruire un nuovo contenitore, generalista, una matrioska di nome Forza Italia, dentro un’altra matrioska di nome Cdl, che avrebbero dovuto stare dentro una matrioska più grande di nome Italia, guidata dall’italiano nuovo.

“Forza” è l’istinto, l’urlo che piega e non un semplice invito a uscire dal senso di inferiorità verso qualsivoglia crisi. E’ il corrispettivo di “Mi consenta”, un imperativo declinato in forma di richiesta.

Forza Italia è un ossimoro, ma anche un’anima e una faccia. Una faccia che tra l’altro scivola su mille altri volti: quelli di tutti coloro che bene o male possono essere aggregati alla sua individualità di proprietario buono, aperto, liberale.

Forza Italia è il nome di un partito ma anche un modo per dire Italia. Berlusconi è un ideologo, ha raccolto ciò che c’era e gli ha dato legalità politica.
Berlusconi è il pluralismo in sé, Prodi il pluralismo che va da sé. Il primo controlla e maltratta, il secondo no. Il primo taglia i nodi gordiani, il secondo sembra che se ne debba divincolare ogni giorno da uno nuovo. Il primo è disinvolto, il secondo è pensoso e impacciato. Ma non vuol dire nulla di nulla.
Nessuno dei due è oggi così convincente come vorrebbe essere.

Se qualcuno pensa che Prodi possa farsi carico da solo di questo significa che non si è capito molto della situazione. Prodi ha il torto di non avere alcuna carta in regola per provarci, ma non di non riuscire a farlo. Il cuore della questione è politica, la comunicazione ne abita il piano terra, non è lo scantinato da cui far uscire il coup de teatre. Non bisogna farsi ingannare dalle performances in quanto tali. In realtà non c’è nulla di improvvisato.
Prodi e la sinistra non hanno le leve su cui agire che ha avuto a disposizione Berlusconi, se non lavorando bene e passare il guado del 2007.
Per ora all’orizzonte non si avvista niente altro.

Francesco