Fottuta casa di campagna

novembre 16, 2006 in Como by joaquin

Sono lontano da Como ormai da piú di un anno. Vari motivi mi han spinto a tale scelta.
Eppure, vedo che le cose sul lario poco hanno cambiato, ed é una gran tristezza per chi nel passato ha sperato e attuato per un cambio per la cittá. Non sto parlando esclusivamente di me, ovvio. Mi riferisco a tutte quelle persone che hanno vissuto Como e dintorni nel passato, anche recente, e con cui sarebbe piacevole dialogare intorno alle vicissitudini che vive quotidianamente la cittá oggi, e come reagisce di fronte ad esse.

Uno di questi é sicuramente Gian Pietro Lucini, poeta e scrittore del secolo passato che pubblicó nel 1904 una delle prime opere satiriche del secolo, "Revolverante". Pare che questa sia stata concepita sulle sponde del Lario, dove Lucini aveva una villa nella quale morí nel 1914. 

In uno dei sonetti pubblicati in quell’opera, rivista poi da Filippo Marinetti e ripubblicata da Sanguinetti nel ‘75, il Lucini pare descrivere con mirabile precisione la societá comasca, di quell’epoca, del suo sviluppo e nel presente: "Svengo di tenerezza, alle fotografie della real famiglia, ben disposta al grazioso obiettivo, per il leocinio dei ritratti ambiti, venerazione di tutta la nazione. E fui in commercio fortunato e facile, e ho dimenticato il nonno girovago merciaio, il padre usuraio, lo zio biscaziere, la zietta bellissima ex modella, e cocozze e la mammina fin oggi dama autentica, figlia di un vecchio portiere putativo, specifico motivo assolutorio per una gravidanza frutto di cameriera e di duchino. Sapete, sangue misto, rifornito di globuli rossi, con la opportuna selezion naturale, riconfortata nell’utero capace, dalla plebe, servile, e venale."

A inizio del 1900 ancora non era popolare l’alternativa del mare come luogo di villeggiatura. I piú preferivano i laghi prealpini per passare qualche giorno di piacere. Il lago di como fino ad allora era stata una importante alternativa per questo fine. Poi arrivarono le cittá di villeggiatura, le case sulla costa adriatica e le maxispedizioni vacanziere all’estero, e Como si ritrovó declassata in un certo qual modo, a cittá quotidianamente vissuta.

In questo senso si dovette costruire un’identitá che mantenesse la situazione sociale ad un livello medianamente alto e non differisse nell’immaginario collettivo da quella descritta dal Lucini. Uno dei piú grandi scrittori italiani del ‘900, , definí la villa ereditata dal padre a Longone come "Fottuta casa di campagna". Il disprezzo per quella casa in un luogo cosí monotono e fondamentalmente bigotto e aristocratico, lo spinse a decidere di sbarazzarsi della proprietá nel minor tempo possibile.

Per molti Como oggi é una "Fottuta casa di campagna", incapace di soddisfare i bi-sogni piú necessari all’espressione umana. E non si tratta esclusivamente di decisioni amministrative. La classe política comasca altro non é che l’espressione del chiuso e reazionario (anche e soprattutto a sinistra) tessuto sociale comasco.

Quelli stessi della fotografia del Lucini, rinchiusi nella cornice di una sorta di Brescello senza preti progressisti ma con molti potici "paesani". Con un’informazione propinata da industrie della comunicazione che producono giornali di quartiere per vicini di casa che sognano di trovare il proprio nome tra le pagine. Su di loro, parlare di appoggi politici e cattiva informazione nemmeno vale la pena.

Pompose costruzioni futuriste per ospedali e forzate celebrazioni nelle notti estive vorrebbero essere la dimostrazione dell’attivitá e la rinnovazione della cittá e della sua societá, poco preoccupata a dire il vero delle manovre istituzionali ma sempre pronta a criticare quando si intralcia il traffico o si chiude una strada, e a discutere a morte le piccolezze inutili della vita quotidiana.

Impegnata nel lavorare, come se fosse non piú motivo di sussistenza ma intendendo il lavoro come dignificazione e giustificazione dell’ esistenza stessa, per far in modo che non si sappia che si é dei buoni annulla poco produttivi. Societá sormontata dall’onda del folcloristico funzional-relativismo, dove ogniuno é lbero di far ció che gli pare, purché non sia disfunzionale all’andamento della societá, il ché in una societá strampalata equivale a un fascismo sottinteso.

Como cittá industriale, cittá borghese -dove per borghesia non mi riferisco esclusivamente a un concetto economico ma a un qualcosa di piú profondo, sociale e culturale-, cittá di frontiera e forzosamente turistica. Paradosso dell’era della comunicazione, dove ogni piccola comunitá é il centro del mondo, e lei ancora rinchiusa tra le mura del Barbarossa.

Societá incapace di affrontare apertamente le aberrazioni compiute a due dei suoi studenti, incarcerati per difendere i valori dell’antifascismo e della libertá, gli stessi valori che decidettero la morte del dittatore sulle rive del Lario. Como ha conosciuto, e, per quanto tenti di negarlo a se stessa, conosce, cosa significa vivere immersa nella realtá storica.

Forse dovrebbe tornare a riscoprire le pagine lasciate in bianco in quelle pubblicazioni folkloristiche distribuite nelle grandi celebrazioni o nelle bibblioteche delle scuole elementari. La como dai tetti rossi di fronte al lago vista da Brunate, oggi barrica le proprie certezze dietro a chi promette finirla con le scritte sui muri, e si preoccupa delle zone dimenticate della urbe solo se la polizia sloggia i pochi giovani convinti di creare qualcosa di nuovo.

La conservazione sacrosanta delle piccole certezze dev’essere salvaguardata ad ogni costo. La pace sociale é intoccabile nella cittá dove anche chi protesta, chi si organizza, chi ha idee "rivoluzionarie" passa ad essere un semplice tassello funzionale al mosaico cittadino, e quindi non piú un intralcio, ma la contraddizione necessaria per il mantenimento della struttura. E di questo parleranno direttori di giornali poco seri e sedicenti professoroni dalle colonne delle gazzette di campanile.

Cittá magica, in autunno e primavera, dal sapore di luci soffuse e dai colori del lago. odiata da chi ci vive e rimpianta da chi la lascia. Non di certo grazie al complesso della sua gente, ma per il suo tenero odore a paesino medievale del ventunesimo secolo. Mi piacerebbe sapere cosa pensino i protagonisti degli anni ‘70 comaschi.

Quelli che vivevano le divisioni politiche in piazza duomo, quelli delle scritte sui muri che oggi sarebbero puniti da uomini armati, quelli che vivevano la cittá e la facevano vivere anche di notte, se si trovassero di fronte alle telecamere davanti alle porte dei pericolosissimi "bar a rischio". O cosa direbbe Gadda, di fronte alle migliaia di fottutissime case di campagna che compongono la cittá.