Rotte
Non si può chiedere un cambiamento di rotta e contestualmente proporre al paese la novità del partito democratico. E’ una barzelletta.
I famosi sondaggi dicono che Ds e Margherita patiscono del calo dei consensi almeno tanto quanto il governo.
Pare che non si sia capito quanto importante sia non il fare o far fare dei (veri o presunti sacrifici) ma spiegare e con forza perché e per chi sacrificarsi.
Ormai il meme delle radici ha messo piede e si preferisce dibattere sterilmente del bulbo seminascosto invece che dei fiori e delle foglie che verranno.
Come se acqua, sole e rispetto non avessero il peso decisivo nella formazione dell’albero e della vita. Rintanata nell’ovulo, ogni discussione rimane piccola, striminzita, giustapponendo pezzi di paure e di metafisiche mal masticate. In pochi anni, siamo passati dal politically correct al clericallly correct.
La sinistra storica si sta suicidando in nome della sua riluttanza ad accettare di crescere e quindi anche di perdere.
Ormai di speranze ce ne sono meno di zero. Dovremmo mandare a casa tutti: a cominciare da Fassino, fino, ahime, allo sfiduciato e opportunistico D’Alema, ma non lo possiamo fare almeno prima di due anni. C’è da tenere in piedi un governo che spaventa proprio perché chi ne fa convintamente parte, accetta la sfida e si assume le sue responsabilità. Giustamente. Anche se si regge sulla forza che altri gli hanno gentilmente messo a disposizione e sul tetragono silenzio di chi difende il suo progetto, senza fornire un’idea, uno spunto polemico, un motivo per cui dovremmo appassionarci.
Prodi è in realtà la vera immagine della sinistra oggi: in attesa che l’albero dia i frutti sopporta in silenzio che gli taglino pure le gambe.








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