Breve introduzione storica al comunismo (II – fine)

gennaio 13, 2007 in Como by cadavrexquis

"Il marxismo, il fondamento teorico del comunismo, aveva in sé i semi della sua distruzione, come Marx ed Engels avevano erroneamente teorizzato del capitalismo. Si basava su una filosofia della storia sbagliata e su una dottrina psicologica irrealistica.

L’assunto basilare del marxismo che la proprietà privata, che esso lotta per abolire, sia un fenomeno storico transitorio, un intermezzo tra il comunismo primitivo e quello avanzato, è chiaramente falso. (…)
Non meno fallace è la nozione marxista che la natura umana sia infinitamente malleabile e quindi che una combinazione di istruzione e coercizione possa produrre esseri liberi dall’avidità e desiderosi di dissolversi nel corpo sociale in cui, come aveva immaginato Platone, ‘il privato e l’individuale fossero completamente banditi’. Anche se l’immensa pressione esercitata dai regimi comunisti in questo senso fosse andata a buon fine, il loro successo sarebbe stato nella migliore delle ipotesi effimero: (…) dal momento che è assodato che le caratteristiche acquisite non sono ereditarie, ogni nuova generazione introdurrà nel modo atteggiamenti non comunisti, tra cui l’avidità non è certamente il meno forte. Il comunismo, in ultima analisi, è stato sconfitto dalla sua incapacità di rimodellare la natura umana. (…)

Questa realtà ha costretto i regimi comunisti a ricorrere alla violenza come metodo abituale di governo. Per costringere la gente a rinunciare a ciò che possiede e a cedere i suoi interessi privati allo stato è necessario che gli enti pubblici possano esercitare un’autorità illimitata. Lenin intendeva proprio questo quando definiva la ‘dittatura del proletariato’ un ‘potere non limitato da nulla, da nessuna legge, non condizionato da alcuna regola, che si basa sulla coercizione’. L’esperienza indica che un tale regime è davvero realizzabile: è stato imposto alla Russia e agli stati a lei annessi, alla Cina, a Cuba, al Vietnam e alla Cambogia, come anche a una serie di paesi dell’Africa e dell’America Latina. Ma il suo prezzo non è solo enorme in termini di sofferenze umane; è anche la distruzione dell’obbiettivo per cui tali regimi vengono instaurati, cioè l’uguaglianza. (…)

E sotto il comunismo il numero di funzionari statali cresce enormemente per un semplice motivo: dal momento che lo stato assume il controllo di tutti gli aspetti della vita nazionale, compresa l’economia, serve una vasta burocrazia per amministrarli. (…) In Unione Sovietica, a pochi anni di distanza dal colpo di stato dei bolscevichi, il regime cominciò a offrire ricompense eccezionali ai suoi membri di spicco, che con il tempo si trasformarono nella nomenklatura una casta ereditaria privilegiata. Per mettere in atto l’uguaglianza della proprietà bisogna istituzionalizzare l’ineguaglianza dei diritti. La contraddizione tra fine e mezzi è iscritta nel comunismo e in ogni paese in cui lo stato possiede tutta la ricchezza produttiva.(…)

La nazionalizzazione dei mezzi di produzione comportò il trasferimento della loro direzione ai burocrati che non avevano né le competenze né la motivazione per farli funzionare in modo efficiente. L’inevitabile risultato fu il declino della produttività. (…) La nazionalizzazione di tutte le risorse produttive trasforma i cittadini in impiegati statali, rendendoli in altre parole dipendenti dal governo. (…) La nazionalizzazione delle risorse produttive, lungi dal liberare l’uomo dalla schiavitù delle cose, come Marx ed Engels avevano immaginato, li trasforma in schiavi dei loro governanti e, a causa della scarsità cronica di tutto, li rende più materialisti che mai. (…)

Per i veri credenti, comunque, [questi difetti intrinseci] non dimostravano che la dottrina era inesatta ma che non era stata applicata con sufficiente fermezza. (…) Così il comunismo ha generato oceani di sangue sempre più vasti durante il suo progresso da Lenin a Stalin e da Stalin a Mao e Pol Pot. Insomma, il comunismo ha fallito ed è destinato a fallire per almeno due ragioni: la prima, che per mettere in atto l’uguaglianza, il suo principale obbiettivo, è necessario creare un apparato coercitivo che richiede privilegi e quindi nega l’uguaglianza stessa; e la seconda, che la fedeltà etnica e territoriale, quando entra in conflitto con le alleanze di classe, le supera ovunque e in ogni tempo, sciogliendo il comunismo nel nazionalismo, ragione per cui il socialismo si combina così facilmente col fascismo. (…)

In Russia, il paese che ha sperimentato il comunismo più a lungo, una delle conseguenze è che la popolazione è stata derubata della fiducia in se stessa. Dal momento che sotto il regime sovietico tutti gli ordini che riguardavano le questioni non personali dovevano essere emanati dall’alto e la libera iniziativa era trattata come un crimine, la nazione ha perso la sua capacità di prendere decisioni, piccole o grandi che siano (…); la gente aspetta gli ordini. (… ) Ha anche ucciso in loro l’etica del lavoro e il senso della pubblica responsabilità. (…)

Marx sosteneva che il capitalismo soffrisse di contraddizioni interne irresolubili, che lo avrebbero condannato alla distruzione. In realtà il capitalismo, essendo un sistema empirico reattivo ai cambiamenti della realtà e capace di adattamento, è riuscito a superare tutte le sue crisi. Il comunismo, invece, essendo una dottrina rigida, una pseudoscienza trasformata in una pseudoreligione e incarnata da un regime politico inflessibile, si è dimostrato incapace di liberarsi dalle idee erronee cui era stato legato ed è defunto."

Richard Pipes, da Comunismo. Una storia, traduzione di Elisa Banfi, pagg. 200-216

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