Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi
Negazionismo: in riferimento alla Shoa, è il temine con cui si indicano le teorie revisioniste secondo le quali l’Olocausto sarebbe stato assai più ridotto di quanto la storiografia dominante ritenga, o addirittura non sia mai avvenuto (da Wikipedia)
Fino a qualche mese fa era un problema storiografico. Il prof. Cilimandro, dopo avere affermato che lo ”Scopo principale dei ricercatori negazionisti è quello di dare l’impressione che si stia affrontando un serio dibattito storiografico tra storici "ufficiali" ("sterminazionisti")e storici "revisionisti" “, aveva già scritto un’aurea scheda di indicazioni per riconoscere un testo negazionista:
- cercare di smontare le testimonianze ed i documenti che sono alla base dell’esistenza dello sterminio. Si tratta di una prima importante differenza rispetto al metodo storiografico comunemente utilizzato, che parte da una serie di materiali documentari per avanzare ipotesi interpretative ritenute abbastanza attendibili
- riduzione drastica del materiale documentario e delle testimonianze utilizzate dalla storiografia scientifica, non prendendo in considerazione, ad esempio, le testimonianze dei Sonderkommandos e il contenuto dei discorsi pronunciati da Hitler (o da altri gerarchi nazisti)
- trascurare del tutto le testimonianze di persone il cui nome ha scarsa risonanza per scegliere invece bersagli ben noti e che assicurano una vasta risonanza. Tale scelta deriva evidentemente da motivi di "marketing"
- isolamento della testimonianza dal suo contesto immediato.
- gettare dubbi sulla credibilità del testimone.
- ricerca ossessiva di qualunque, anche minima, imprecisione
- rottura del consenso: ciò si verifica quando nella mente del lettore "sprovveduto" viene insinuato il seme del dubbio circa la realtà dello sterminio
- dopo aver confuso il lettore con la seconda fase si approfitta dunque di questo "stordimento" per proporre con tono perentorio una chiave di lettura che dissolve, con apparente facilità, tutti i dubbi e le incertezze.
Dicevo: fino a qualche tempo fa era un problema storiografico.
Da qualche tempo non è più un problema storiografico, ma geopolitico.
Un capo di stato iraniano, che programmaticamente dichiara di volere la distruzione dello stato di Israele, organizza un convegno internazionale per sostenere il negazionismo. E le televisioni di tutto il mondo fanno una grandissima pubblicità all’evento.
Il gioco è fatto: il negazionismo non è più una operazione di storiografi poco metodici, ma diventa una operazione che è messa in agenda politica. Si trasforma in un obiettivo culturale che sostiene le ragioni di una azione militare.
Veniamo a noi. All’Italia e al fatto che fra pochi giorni – in base ad una legge di stato (che per mesi fu ostacolata dalle destre, dopo che fu presentata e sostenuta con forza da Furio Colombo) – ci sarà, per legge e non per memoria introiettata dentro ciascuno di noi e nella nostra cultura, il Giorno della Memoria.
Bene. Il ministro della Giustizia (me ne frego che si chiami Mastella, visto che alcuni se la prendono con la sua persona e non con questa sua azione), ripeto il ministro della Giustizia dice che per mettere l’Italia alla pari con gli altri paesi proporrà un disegno di legge per introdurre nel codice penale italiano un nuovo reato: quello di negazione dell’Olocausto.
In Germania la ministra degli interni ha proposto di istituire il delitto di negazionismo in tutta Europa come un passo necessario per rilanciare la normativa contro razzismo, xenofobia e antisemitismo , bloccata per anni per scelta del governo Berlusconi. Nella Unione Europea 9 paesi su 27 hanno già una legislazione antinegazionista, come Germania, Austria, Francia
Una iniziativa giusta, responsabile, presa nel momento giusto. Prima che sia troppo tardi.
E invece, apriti cielo:
- “iniziativa aberrante dal punto di vista etico e controproducente dal punto di vista pratico” (Alessandro Piperno, scrittore)
- “Proibire il negazionismo per legge è sbagliato … segnala una inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia” (Giovanni De Luna, storico)
- “è inaccettabile che un’autorità – politica, giudiziaria, religiosa… – si possa ergere a custode e a garante della Verità della Storia. Esiste un solo Tribunale, ed è quello, ideale, rappresentato dalla comunità studiosi,” (Angelo d’Orsi, storico)
- “mettere fuori della storia i negazionisti non significa metterli in galera” (Francesco Rutelli, ministro collega di Mastella)
- “siamo contrari a introdurre i reati di opinione nella legislazione italiana (Renzo Gattegna, presidente della Unione delle comunità ebraiche
- Convertire la falsità in delitto non basta a far trionfare la verità, anzi rischia di delegare al giudice il ruolo dell’educatore e dello storico” (il Manifesto, 20 gennaio 2007)
Per fortuna l’intelligenza ha illuminato qualcuno che ha argomentato all’opposto:
- “non si tratta di sanzionare una posizione storiografica, che è evidentemente indifendibile, ma le sue motivazioni politiche” (Giorgio Bocca)
- “esiste una differenza abissale tra libertà d’espressione e libertà di menzogna. La prima s’arresta laddove l’altra ha inizio. E la bugia pubblica deve essere sanzionata in modo proporzionato al danno che produce, al singolo o alla comunità” (Gaetano Quagliarello, storico)
- ”la legge sulla Shoah è necessaria, negare l’Olocausto deve essere un reato. Se io dichiaro che un tale ha sgozzato un bambino tre giorni fa, vengo denunciato per diffamazione e giustamente condannato. Ciò vuol dire che mi è stata limitata la libertà di espressione? Ovviamente no.” (Amos Luzzatto, ex presidente delle comunità ebraiche italiane)
- “il rifiuto dell’Olocausto oggi non è quasi mai invocato come elemento di disputa teorica, ma come concretissimo strumento di scontro con gli Ebrei (e dunque poi con lo Stato d’Israele) chiamati in causa in quanto razza.” (Lucia Annunziata, La Stampa 25 gennaio 2007
A cosa è dovuta questa ostilità ad una legge che avrebbe anche la funzione di preservare la memoria?
Credo che alla base siano due motivi: il primo è che il tarlo della dimenticanza comincia a dare i suoi frutti. In ciò contribuisce anche internet: una grande potenza nel comunicare molte informazioni, ma anche una fruizione veloce e frammentaria dei questi messaggi. E una impossibilità di assimilarli nella mente. La velocità non è una buona alleata per l’introiezione profonda.
E il secondo motivo è quello di non volere capire , nonostante le torri gemelle, Madrid,
Londra, che cosa sta succedendo nel mondo e cosa sta producendo la virulenza della azione politico militare del fondamentalismo islamico.
C’è una resistenza psicologico-culturale nell’accorgersi che Mahmud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica di uno Stato che potrebbe presto avere la bomba atomica, ha trasformato il più grande orrore della storia dell’ umanità in programma politico attuale.
C’è una colpevole sottovalutazione del fatto che in Europa c’è una ripresa d’antisemitismo come mai si era vista dal termine della Seconda Guerra Mondiale e che ha portato all’incendio di Sinagoghe e a violenze fino a qualche anno fa inimmaginabili.
C’è una situazione diciamo così “ambientale” (opinioni policatally correct, giornalisti che vogliono apparire aperti e “critici”, storici che sono in realtà militanti di partito) che tenta di impedire di vedere che quelle che erano farneticazioni di pochi isolati si sono trasformate in programma per convegni celebrati in pompa magna a Teheran.
Ecco perché sto con un ministro della giustizia che si chiama Mastella.








grazie per l’ospitalità, percy
aggiungo per i visitatori di questa pagina u testo raccolto da uan aamica di blog:
Brundibar, una favola per sopravvivere
Oggi trovo un volantino di un assessore di un Comune, c’è scritto:
Brundibár, una favola per sopravvivere
La musica nella città-ghetto di Terezín
di Laura Brucalassi
Erano in 15.000 ne sono sopravvissuti neanche 100. Nessuno aveva più di 14 anni.
C´era una volta (e c´era davvero…) una piccola città chiamata Terezín, costruita dall´imperatore Giuseppe II verso la fine del Settecento. Nonostante le piccole dimensioni, questa città aveva due fortezze che diventarono tristemente famose intorno al 1940, quando una fu trasformata in un carcere inquisitorio della Gestapo e l´altra in un ghetto per gli ebrei che vi erano trasferiti soprattutto dalla vicina Praga, ma anche da tutta la Boemia e la Moravia. Progettata inizialmente solo per essere un campo di raccolta, Terezín venne in realtà utilizzata per il transito dei prigionieri (88.000 furono i deportati ad Auschwitz), per la loro decimazione (33.000 persone circa vi morirono) e per la propaganda. Durante le visite della Croce Rossa Internazionale, infatti, i nazisti cercavano di presentare il ghetto come luogo di lavoro sottoposto al “programma di abbellimento”, mentre sul fronte interno la diffusione di documentari come Il Führer regala una città agli ebrei (realizzato appunto a Terezín) contribuiva ad alimentare il razzismo antisemita attraverso il confronto tra il presunto benessere degli ebrei e le sofferenze del popolo e dei soldati tedeschi durante la Guerra. Terezín in effetti era a suo modo un ghetto “privilegiato”, in cui la produzione culturale era tollerata se non incentivata e tra le numerose creazioni artistiche che vi nacquero una delle più diffuse fu Brundibár, un´operina per bambini. Composta da Hans Krása su libretto di Adolf Hoffmeister nel 1938, fu rappresentata per la prima volta nel 1941 in forma privata (presso l´orfanotrofio maschile del ghetto di Praga), a causa dell´esclusione degli ebrei dalle attività pubbliche in seguito all´occupazione nazista della Cecoslovacchia. Lo stesso anno tutti gli abitanti del ghetto, compresi gli orfani e i musicisti, furono deportati a Terezín, dove l´opera fu rappresentata per ben cinquantacinque volte, prima con il solo accompagnamento del pianoforte, poi nella versione con tredici strumentisti appositamente rivista dall´autore. Il 23 giugno 1944, proprio in occasione di una visita della Croce Rossa, ebbe luogo l´ultima recita, dopodiché tutti i protagonisti dello spettacolo vennero deportati (e gasati) ad Auschwitz. L´opera racconta la storia di due fratelli che hanno bisogno di latte per la loro madre ammalata e, per racimolare qualche soldo, decidono di cantare per strada, chiedendo offerte, ma vengono cacciati via da un musico ambulante cattivo e prepotente di nome Brundibár. Con l´aiuto di un cane, un gatto e un passerotto, i due protagonisti si alleano con tutti i bambini del quartiere e insieme riescono a far sentire la loro meravigliosa canzone, che sarà ricompensata generosamente dai passanti. Dietro questa semplice vicenda si annidano elementari simboli di un appello alla resistenza, che, se potevano sfuggire alla censura perché espressi in lingua ceca, trovavano nel vissuto quotidiano non solo la causa, ma anche una forte risonanza emotiva: «Quando cantiamo – testimoniava uno dei protagonisti – dimentichiamo la fame, dimentichiamo dove siamo. Il canto di vittoria finale ci fa sperare che sopravviveremo». Dunque Terezín non fu solo un luogo di sofferenze, ma il terreno di una lotta caparbia per la vita, per la quale non fu secondaria l´opera degli artisti che in condizioni davvero critiche cercarono di mantenere vivi i valori dell´umanità e della bellezza, rafforzando il dovere di esistere e la volontà di sopravvivere.
Il negazionismo è un tarlo che va eliminato ma fare una legge da sola non basta bisognerebbe anche trattare certi argomenti nelle scuole in ben altra maniera rispetto ad oggi.
In molti casi i giovani si trovano a contatto con insegnanti di sinistra (spudoratamente di sinistra) che pongono la storia davanti ai loro occhi come una sfida dando più peso all’aspetto soggettivo (al loro modo di vederla) rispetto al contesto oggettivo della storia.
es. “Han fatto storicamente bene a uccidere Mussolini” frase che può lasciare spazi alla difesa del duce e che si potrebbe semplicemente cambiare in: Quel giorno hanno ucciso Mussolini.
Questo cosa comporta? Che per molti studenti l’insegnante, considerato come un essere abbietto e ignorante e che sta dicendo cose giustissime o quantomeno esatte da un punto di vista storico diviene il nemico a cui si deve dare torto per forza, per andare contro a quello a cui crede l’insegnante e quindi contro a certi eventi storici giustificando assassini e omicidi per semplice spirito di contraddizione giovanile che poi si trasmette anche nell’individuo maturo.
Boh, non so se sono stato chiaro ma è tardi; cmq ben venga questa legge anche se tutti gli articoli sui reati di opinione, in generale, non mi piacciono
Amalteo
premessa la completa identità di sentimenti e di finalità tra la tua visione e la mia, riguardo l’olocausto, sono seriamente preoccupato che la tua giusta indignazione nei confronti del negazionismo e le conseguenti proposte possano tradursi un cavallo di Troia per reintrodurre il reati di opinione e farne uno strumento antidemocratico e di repressione.
Prova a immaginare quate migliaia di casi potranno eventualmente essere sottoposti a disegni di legge antinegazionisti.
Finiremmo in un ginepraio che addirittura rischierebbe di banalizzare la storia più clamorosa oggetto di negazionismo, quella che ha tragicamente visto come vittima popolo ebraico.
Regolamentare le idee e le opinioni è sempre un’arma a doppio taglio.
E se oggi tale regolamentazione può apparire come desiderabile in un caso come quello dell’olocausto, domani potrebbe essere usata in modo improprio.
E’ il principio che è di estrema pericolosità per una democtrazia, che come è noto è un sistema molto bello, ma molto fragile.
Ritengo che vi siano strumenti enormemente più elevati ed efficaci per combattere la frangia dei negazionisti, che comunque mi appare sempre come di estrema minoranza e che fa un uso talmente provocatorio delle sue tesi da avere credibilità molto scarsa.
Le opinioni che tu riporti e che qui sotto riproduco, che esprimono dubbi simili ai miei, ritengo che meritino una seria meditazione, anche per l’autorevolezza delle fonti.
“Siamo contrari a introdurre i reati di opinione nella legislazione italiana.” (Renzo Gattegna, presidente della Unione delle comunità ebraiche)
“Convertire la falsità in delitto non basta a far trionfare la verità, anzi rischia di delegare al giudice il ruolo dell’educatore e dello storico.” (il Manifesto, 20 gennaio 2007)
caro libero pensiero. grazie per il tuo commento. e molte grazie per il tono pacato ed argomentativo. talvolta il blog dell’ottimo vivereacomo sembra più una palestra di pugilato che un luogo di conversazione. e io non ho il temperamento per le risse. nè fisiche, nè verbali.
il disegno di legge ha già chiarito quale sarà la scelta: non quella di colpire le opinioni. ma la diffusione delle idee fondate sulla superiorità o l’odio razziale e l”INCITAMENTO all’odio razziale.
Non verebbero colpite le idee (per quanto basate sull’odio, come quelle che sostengono la non legittimità all’esistenza dello stato di isreele, per esempio), ma le conseguenza attive di quelle idee: come la volontà di organizzare azioni coerenti con quelle idee.
Inoltre il testo sarà discusso nelle due camere del nostro sistema parlamentare. l’iter sarà lungo e ci sarà modo di aggiustare e correggere, anche alla luce dei difetti delle altre legislazioni europee.
Gli storici sono scesi in campo come una qualsiasi corporazione. Si sono comportati come i taxisti delle leggi bersani. E lo hanno fatto prima ancora di leggere il testo, che – ripeto – è solo agli inizi del suo viaggio.
Le mie motivazioni favorevoli, molto favorevoli, le ho già espresse nel mio post.
Confermo che questa levata di scudi dipende dal non comprendere in quale situazione siamo.
Siamo nel pieno del ciclo della guerra dichiarata all’occidente l11 settembre 2001 a partire da israele. E in quella di uno stato con progetti di testate atomiche puntate su israele. e ancora quella di una ondata di antisemitismo molto forte e diffusa.
è una legge necessaria e responsabile, prima che sia troppo tardi.
fra l’altro sarà una legge che servirà anche a contenere le nostre possibili reazioni violente al razzismo di una parte dei migranti di cultura islamica. come ha cercato di chiarire watson in un altro post
grazie ancora per l’attenzione
leggerò , con attenzione, i giornali.
come tutti, credo
-le torri gemelle, Madrid, Londra, che cosa sta succedendo nel mondo e cosa sta producendo la virulenza della azione politico militare del fondamentalismo islamico.!!!
C’è una colpevole sottovalutazione del fatto che in Europa c’è una ripresa d’antisemitismo come mai si era vista dal termine della Seconda Guerra Mondiale e che ha portato all’incendio di Sinagoghe e a violenze fino a qualche anno fa inimmaginabili.
Ecco perché sto con un ministro della giustizia che si chiama Mastella.
…………………….
Caro Amalteo, ho letto attentamente ciò che hai espresso, è innegabile che la sensazione di un ritorno di vecchie idiologie assopite è reale.
L’odio che porta alla negazione dell’altro è la soglia per una nuova guerra, non parlo del terrorismo ma di qualcosa di più devastante.
Il disegno di legge proposto dal Sig. Mastella (un personaggio che non “sopporto”) è doveroso, necessario, indispensabile verso LA STORIA.
Ruini al Consiglio permanente della Cei: difendere la vita e la famiglia anche nell’attività legislativa è un contributo che guarda al bene del Paese
Non si può impedire alla Chiesa di parlare e di rinnovare il suo doppio «sì» alla vita e alla famiglia. Intervenire quindi su questi temi non è una «indebita ingerenza» della Chiesa stessa «nell’attività legislativa, propria ed esclusiva dello Stato». È invece «l’affermazione e la difesa dei grandi valori che danno senso alla vita della persona e ne salvaguardano la dignità». Valori umani, prima ancora che cristiani.
Davanti ai membri del Consiglio permanente della Cei, con la prolusione che come di consueto ha introdotto i lavori del parlamentino dei vescovi, il cardinale Camillo Ruini ha passato in rassegna i temi dell’attualità ecclesiale, sociale e politica, in Italia e all’estero. E nel suo discorso (che Avvenire pubblica integralmente) non ha mancato di toccare problematiche molto dibattute, come le proposte di legge sulle coppie di fatto, le difficoltà economiche della famiglie (che meriterebbero ben altro sostegno da parte dello Stato) e la questione dell’eutanasia. Oltre, naturalmente, ai principali argomenti ecclesiali, primo tra tutti il percorso della Chiesa italiana dopo il Convegno di Verona, anche alla luce del magistero di Benedetto XVI, che in molte occasioni ha invitato ad «allargare gli spazi della razionalità».
La famiglia.
Nonostante alcune agevolazioni introdotte con la legge finanziaria, ha detto Ruini, si è comunque «lontani dal configurare quel sostegno organico alla famiglia come tale che si potrebbe ottenere, ad esempio, attraverso l’adozione del “quoziente familiare”». La «preoccupazione primaria» dei responsabili della cosa pubblica «dovrebbe essere il sostegno della famiglia fondata sul matrimonio» e «la rimozione degli ostacoli di ordine pratico» (a proposito dell’alloggio, del lavoro giovanile e della sua stabilità, delle strutture di accoglienza per i bambini più piccoli) o anche giuridico e fiscale, che «dissuadono le giovani coppie dal contrarre matrimonio e dal generare dei figli». In Francia, ha f atto notare il cardinale, le politiche a favore della natalità hanno dato i loro frutti. In Inghilterra, invece, un recentissimo rapporto ha messo in evidenza le conseguenze negative del «crollo della famiglia per lo stato della Nazione». La famiglia, infatti, «svolge un grandissimo ruolo sociale e dà un contributo particolarmente elevato all’educazione dei figli». Ed è anche per questo motivo che la Chiesa ribadisce come «non possano essere equiparate in alcun modo altre forme di convivenza», né che queste «possano ricevere in quanto tali riconoscimento legale». Se, infatti, si trattasse di coppie eterosessuali «questa sarebbe la strada sicura per rendere più difficile la formazione di famiglie autentiche, con gravissimo danno delle persone, a cominciare dai figli, e della società italiana». Se, invece, fossero coppie omosessuali, pur «nel pieno e doveroso rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona, va osservato che una simile rivendicazione contrasta con fondamentali dati antropologici e in particolare con la non esistenza del bene della generazione dei figli, che è la ragione specifica del riconoscimento sociale del matrimonio». Inoltre, ha aggiunto, il cardinale, «la legislazione e la giurisprudenza attuali già assicurano la protezione di non pochi diritti delle persone dei conviventi, e pienamente dei diritti dei figli». Per ulteriori esigenze si potrebbe agire sul codice civile , «rimanendo comunque nell’ambito dei diritti e dei doveri della persona».
L’eutanasia.
Il sì alla vita induce a rifiutare l’eutanasia, ma anche l’accanimento terapeutico, senza però giungere al punto, ha avvertito Ruini, «di legittimare forme più o meno mascherate di eutanasia e in particolare quell’abbandono terapeutico che priva il paziente del necessario sostegno vitale». Ad ogni modo, «in questa materia tanto delicata appare una norma di saggezza non pretendere che tutto possa essere previsto e regolato per legge». A proposito del caso Welby, il vicario del P apa per la diocesi di Roma ha anche spiegato il perché della «sofferta decisione» di non concedere il funerale religioso dopo la sua morte. «Essa «nasce dal fatto che il defunto, fino al termine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni – ha ricordato il cardinale – una decisione diversa sarebbe stata per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio».
Gli altri temi. Nel suo consueto sguardo a 360 gradi Ruini non ha mancato di osservare che sul fronte economico si avvertono i primi segnali di ripresa, ma ha anche invitato le forze politiche, pur nel rispetto dei ruoli di governo e opposizione, a «uscire dalle contrapposizioni fini a stesse» e a «cercare anzitutto lo sviluppo complessivo e solidale dell’Italia» (il sud, infatti, appare in ritardo specie sul fronte dell’occupazione, ha detto il porporato). Dopo aver espresso «forte apprensione per le tragiche imprese della camorra a Napoli» e aver fatto riferimento alle problematiche dell’immigrazione, Ruini ha toccato i principali temi esteri. L’ingresso di Romania e Ungheria nell’Ue, la necessità della pace in Medio Oriente e in Libano, la «tragedia dell’Iraq» (dove l’esecuzione di Saddam, «oltre alla riprovazione morale che non può non accompagnare la pena di morte», sembra aver peggiorato la situazione) «la terribile crisi del Darfur» e la doverosa solidarietà nei confronti dell’Africa ma anche delle Filippine colpite da un recente tifone, le preoccupazioni legate all’uso del nucleare da parte di Iran e Corea del Nord. Infine ha ricordato anche don Santoro, don Baldacci e suor Sgorbati. «Il loro sacrificio sia seme di nuovi cristiani».
Da Roma Mimmo Muolo
Considerato che spesso viene attrivuito un senso negativo alla definizione di ateo mi permetto riportare integralmente un testo presente sul sito dell’ UAAR (www.uaar.it) a cui rinvio chi volesse approfondire anche altre tematiche in modo critico.
Dieci miti e dieci verità sull’ateismo
di Sam Harris (traduzione a cura di Marco Bortolato)
Diverse indagini statistiche indicano che il termine “ateismo” ha acquisito negli Stati Uniti uno stigma sociale talmente straordinario che essere ateo è ormai un completo ostacolo alla carriera politica (ancor più che essere neri, musulmani o omosessuali). Secondo un recente sondaggio di Newsweek solo il 37% degli americani eleggerebbero presidente qualcuno che si qualificasse ateo. Gli atei sono spesso immaginati come intolleranti, immorali, depressi, ciechi alla bellezza della natura e dogmaticamente chiusi all’evidenza del soprannaturale. Persino John Locke, uno dei grandi patriarchi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo «non dovesse affatto essere tollerato» perché «promesse, patti e giuramenti, che sono i legami delle società umane, non possono avere alcuna presa su un ateo». Ciò accadeva più di 300 anni fa. Ma, negli Stati Uniti attuali, poco sembra essere cambiato. Ben l’87% della popolazione afferma di “non aver mai dubitato” dell’esistenza di Dio; meno del 10% si qualifica atea e pare che la sua reputazione stia sempre più deteriorandosi. Visto che è noto che gli atei sono spesso tra gli individui più intelligenti e scientificamente preparati di una società, sembra importante ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più importante nel nostro contesto nazionale.
1. Gli atei credono che la vita sia priva di significato
Al contrario, sono le persone religiose che spesso si preoccupano che la vita sia priva di significato e immaginano che possa essere solo redenta dalla promessa della felicità eterna oltre la tomba. In generale, gli atei sono piuttosto convinti che la vita sia preziosa. Si carica la vita di significato vivendola davvero e pienamente. Le nostre relazioni con coloro che amiamo sono ricche di significato adesso; non hanno bisogno di durare per sempre per diventare significative. Gli atei tendono a considerare questa paura di mancanza di senso… beh… priva di senso.
2. L’ateismo è responsabile dei i più grandi crimini della storia dell’uomo
Le persone di fede spesso affermano che i crimini di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot erano l’inevitabile prodotto della mancanza di fede. Il problema del fascismo e del comunismo, tuttavia, non risiede in una loro eccessiva critica della religione; semmai, è che sono troppo simili alle religioni stesse. Questi regimi sono profondamente dogmatici, e generalmente danno origine a culti della personalità che sono indistinguibili dai culti di venerazione di un qualsiasi eroe religioso. Auschwitz, i gulag e i campi di sterminio non sono esempî di ciò che accade quando gli esseri umani rigettano il dogma religioso; sono altresì effetti di dogmi politici, razziali e nazionalistici senza controllo. Non esiste società nella storia dell’uomo che abbia mai sofferto perché il suo popolo è divenuto troppo ragionevole.
3. L’ateismo è dogmatico
Ebrei, cristiani e musulmani affermano che le loro scritture hanno una conoscenza dei bisogni dell’umanità talmente approfondita che potrebbero solo essere state scritte sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente una persona che ha preso in considerazione tale affermazione, ha letto i libri e ha trovato l’affermazione stessa ridicola. Non c’è bisogno di prendere tutto per fede, o essere in alternativa dogmatici, per rigettare credenze religiose ingiustificate. Come disse una volta lo storico Stephen Henry Roberts (1901-71): «Io sostengo che siamo entrambi atei, solo che io credo in un dio di meno rispetto a voi. Quando capirete perché rifiutate tutti gli altri possibili dèi, capirete anche perché io rifiuto il vostro».
4. Gli atei pensano che ogni cosa nell’universo si origini per caso
Nessuno sa perché l’Universo si sia originato. In effetti, non è neppure del tutto scontato che si possa financo parlare coerentemente dell’“inizio” o della “creazione” dell’universo, dato che queste idee si richiamano al concetto di tempo, ed ecco che ci ritroviamo a parlare dell’origine dello stesso spazio-tempo. Il concetto che gli atei credano che tutto si sia creato per caso è anche utilizzato regolarmente come critica dell’evoluzione darwiniana. Come Richard Dawkins spiega nel suo splendido libro L’Illusione di Dio, ciò rappresenta un completo fraintendimento della teoria dell’evoluzione. Benché non sappiamo precisamente come la chimica primigenia terrestre abbia prodotto la biologia, sappiamo che la diversità e la complessità che vediamo nel mondo vivente non è un prodotto del puro caso. L’evoluzione è infatti una combinazione di mutazioni accidentali e di selezione naturale. Darwin coniò l’espressione “selezione naturale” per analogia con la “selezione artificiale” operata dagli allevatori di bestiame. In entrambi i casi, la selezione esercita un effetto espressamente non casuale sullo sviluppo di una qualsiasi specie.
5. L’ateismo non ha alcuna connessione con la scienza
Benché sia possibile essere uno scienziato e credere in Dio – come pare alcuni scienziati facciano – non v’è dubbio che l’avvicinamento al pensiero scientifico tenda a erodere, piuttosto che a supportare, la fede religiosa. Prendiamo come esempio la popolazione statunitense: la maggior parte delle inchieste mostra che circa il 90% della collettività crede in un Dio personale; tuttavia, il 93% dei membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze non credono in Dio. Ciò suggerisce che poche forme di pensiero sono meno congeniali alla fede religiosa della scienza.
6. Gli atei sono arroganti
Quando gli scienziati non sanno qualcosa (come il perché dell’origine dell’universo, o come si siano formate le prime molecole auto-replicanti), lo ammettono. Nel campo scientifico è molto grave fingere di conoscere cose che in realtà non si sanno. Eppure lo stesso comportamento è la linfa delle religioni basate sulla fede. Un sesquipedale esempio d’ironia in materia religiosa è la frequenza con cui persone di fede si autocelebrano per la propria umiltà, mentre allo stesso tempo rivendicano conoscenze in tema di cosmologia, chimica e biologia che nessuno scienziato può vantare. Su materie quali la natura del cosmo e il nostro posto al suo interno, gli atei traggono generalmente le loro opinioni dalla scienza. Questa non è arroganza; è onestà intellettuale.
7. Gli atei sono chiusi all’esperienza spirituale
Non v’è nulla che impedisca a un ateo di provare amore, estasi, senso di rapimento e soggezione; gli atei possono tenere in alta considerazione queste esperienze e cercarle con regolarità. Ciò che gli atei non sono propensi a fare è utilizzare tali esperienze come base di ingiustificate (e ingiustificabili) affermazioni sulla natura della realtà. Non v’è dubbio che alcuni cristiani abbiano migliorato la propria vita leggendo la Bibbia e pregando Gesù. Ma questo cosa dimostra? Solo che certe discipline e codici di condotta possono avere un effetto profondo effetto sulla mente umana. Le esperienze positive dei cristiani suggeriscono che Gesù sia il solo salvatore dell’umanità? Neanche lontanamente, dato che gli induisti, i buddisti, i musulmani e persino gli atei fanno simili esperienze con regolarità. In realtà, nessun cristiano al mondo potrebbe affermare persino che Gesù portasse la barba, figuriamoci che fosse nato da una vergine o risorto dalla morte. Semplicemente, questo non è il tipo di affermazioni che l’esperienza spirituale può autenticare.
8. Gli atei credono che non ci sia niente al di là della vita umana e della comprensione umana
Gli atei possono tranquillamente ammettere i limiti della comprensione umana, molto più dei religiosi. È ovvio che non capiamo pienamente l’universo; ma è ancora più ovvio che una sua migliore comprensione non passa né per la Bibbia né per il Corano. Non sappiamo se esiste vita complessa da qualche altra parte nel cosmo, ma potrebbe esserci. Se c’è, tali esseri potrebbero anche aver compreso le leggi di natura di gran lunga meglio di noi. Gli atei sono aperti a tale eventualità. Possono anche ammettere che se extraterrestri intelligenti esistono, il contenuto della Bibbia e del Corano desterà in loro un’impressione persino minore di quella presente negli atei umani. Dal punto di vista degli atei, le religioni del mondo banalizzano completamente la bellezza reale e l’immensità dell’universo. Per fare una simile osservazione, non c’è bisogno di accettare alcunché sull’insufficienza delle evidenze.
9. Gli atei ignorano il fatto che la religione sia di estremo beneficio alla società
Coloro che enfatizzano i positivi effetti della religione paiono non capire che tali effetti non dimostrano la verità della dottrina religiosa. Questo è il motivo per cui abbiamo termini come “pensiero magico” e “autoinganno”. C’è profonda differenza tra illusione consolatoria e verità. In ogni caso, si può tranquillamente discutere dei “beneficî” della religione: in gran parte dei casi pare che la religione dia ai cattivi buone ragioni per comportarsi bene, benché vi siano già di per sé molte buone ragioni per far ciò. Chiedetevi cosa sia più morale: aiutare i poveri sulla spinta della preoccupazione per la loro sofferenza, o farlo perché si pensa che il creatore dell’universo vi premi o vi punisca a seconda che lo facciate o no?
10. L’ateismo non dà alcuna base per la moralità
Se a qualcuno non è già chiaro di suo che la crudeltà è male, non lo scoprirà certo leggendo la Bibbia o il Corano, dato che questi libri sono pieni di celebrazioni di crudeltà, sia umana sia divina. Non traiamo la nostra moralità dalla religione. Decidiamo cosa sia buono nei testi sacri facendo ricorso a intuizioni morali che sono (entro certi limiti) insite in noi e che sono state affinate dal pensiero plurimillenario sulle basi e sulle prospettive di felicità per gli esseri umani. Abbiamo fatto considerevoli progressi etici nel tempo e non certo grazie a una lettura più attenta della Bibbia o del Corano. Entrambi i libri infatti sono indulgenti sulla schiavitù, e tuttavia ogni essere umano civilizzato riconosce che la schiavitù sia un’abominazione. Qualunque cosa ci sia di buono nelle scritture (come le regole auree) può essere ammirato per la sua saggezza etica senza bisogno di credere che ci sia stato offerto dal creatore dell’Universo.
Ciao
Sul piano legislativo: la legge sul reato di opinione è contrario all’art. 21 della costituzione. Questo già dovrebbe costituire per la comunità una ragion sufficiente per non volere questa legge, che stabilisce un principio giuridico, contraddice la costituzione e potrebbe essere usato contro la dissidenza tout court.
Sul piano politico, al di là delle opinioni sulla conferenza di teheran, ricordo che l’iran è uno stato contro cui si sta montando propaganda pre-bellica. Che se non vi sarà mobilitazione generale sarà bombardato come e peggio dell’iraq.
Se questo succede, significa che, alla faccia delle giornate della memoria e dell’olocausto, gli umani non hanno imparato niente, per cui ogni comemorazione è fuffa.
Ciao
Cloro