"Gli antisemiti progressisti" di Fiamma Nirenstein

febbraio 15, 2007 in Como by cadavrexquis

Fiamma Nirenstein è uno dei due o tre motivi per cui, ogni tanto, vale la pena leggere Il giornale ed è per questo che ho letto – anche se con notevole ritardo – il suo Gli antisemiti progressisti. La forma nuova di un odio antico. Il libro, uscito tre anni fa, mi era sfuggito, ma ora non posso che consigliarlo per la passione e per il rigore con cui Nirenstein difende la causa di Israele, che conosce bene, poiché è corrispondente da Gerusalemme da molti anni.

Il libro di Fiamma Nirenstein è certamente interessante perché mette in luce quella forma di antisemitismo coltivato da gran parte della sinistra italiana – tanto più accentuato quanto più ci si sposta a sinistra – e che non si riconosce come tale, ma si nasconde dietro una distinzione capziosa tra "antisionismo" – più o meno rivendicato – e "antisemitismo" – respinto in quanto tale.

Il pregiudizio che alberga tra i progressisti di sinistra, i quali tendono a distringuere tra ebrei "buoni" e "cattivi" a seconda della posizione che assumono nei confronti di Israele, è ben descritto in queste parole: "Perché la sinistra ha una propria idea molto precisa su cosa debba essere un ebreo, e se questi non segue le sue direttive, viene immediatamente rimproverato: come osi essere un ebreo diverso da quello che ti ho ordinato di essere? Combattere il terrorismo? Eleggere Sharon? Ma sei pazzo?" o ancora: "C’è la definizione presionista del popolo ebraico come di un popolo che soffre, anzi che deve soffrire per sua stessa natura; un popolo destinato a sopportare le più terribili persecuzioni senza nemmeno alzare un dito e che, perciò, è degno di compassione e solidarietà. E’ ovvio che uno Stato di Israele solido, democratico, militarmente forte ed economicamente prospero è l’antitesi di questo stereotipo.

Il ‘nuovo ebreo’, che cerca di non soffrire e che, soprattutto, può e vuole difendersi, perde immediatamente tutto il suo fascino agli occhi degli intellettuali di sinistra". E’, insomma, il mito dell’ebreo imbelle quello che viene ancora coltivato dalla sinistra: compatito in quanto vittima dell’Olocausto – a cui si dedica quella che Nirenstein definisce una memoria "archeologica" – e accettato finché corrisponde all’immagine (e quindi al pregiudizio) che gli è stata tagliata addosso.

Questa è la tesi centrale del saggio, argomentata con numerosi esempi, ma Gli antisemiti progressisti è interessante – oltre che estremamente leggibile – anche perché l’autrice mette in campo la sua esperienza personale, attingendovi a piene mani e rendendo il libro anche una sorta di autobiografia e un racconto della sua personale evoluzione politica. Fiamma Nirenstein racconta, per esempio, la sua esperienza della guerra del 1967 quando, ancora ragazza – e comunista, "come la maggior parte dei ragazzi italiani" -, andò in Israele, in un kibbutz dell’alta Galilea, Neot Mordechai.

Quando tornò in Italia venne accolta quasi come un nemico, "un’imperialista in pectore", e questo solo perché pensava che Israele avesse vinto giustamente una guerra in cui era stato aggredito. Ma è soprattutto nel capitolo intitolato "Fu un panorama soprattutto agricolo" – ogni capitolo del libro riprende, come in un romanzo ottocentesco, le prime parole del testo – che Nirenstein passa in rassegna gli "amori" politici della sinistra dagli anni sessanta a oggi, in una specie di lungo e amaro mea culpa: il terzomondismo e l’ "antimperialismo" – da coniugarsi, ovviamente, solo in senso antiamericano e antioccidentale – suggeriti dall’Unione Sovietica; la passione per l’America Latina, con i miti del "Che", di "Fidel" e delle formazioni assassine come Sendero Luminoso o i Farc; la Cina maoista – a proposito della quale l’autrice scrive: "Non esitammo ad adorare l’assassinio di massa" -; i vietnamiti – fu in quell’occasione che "l’antioccidentalismo divenne tutt’uno col neopacifismo defezionista" – e via discorrendo.

Su questa linea antioccidentale e terzomondista si sarebbe innestata la ridefinizione del Medio Oriente – e dell’Islam – come "vittime" dell’ "imperialismo" e, in quanto tali, da difendere comunque: "il Medio Oriente fu ridefinito e ridescritto nella mente dell’Occidente come una zona in cui gli arabi, che si organizzavano allora in svariate forme dittatoriali collegate con Mosca, andavano considerati detentori della somma ragione dei deboli, nonostante il petrolio, nonostante il rifiuto della partizione dell’Onu nel 1948, mentre l’unica vivissima democrazia dell’area, più volte aggredita, veniva tacciata di imperialismo e di fascismo e il suo esercito di popolo veniva riguardato come una specie di macchina da guerra assetata di sangue". Ed è sempre in questa linea che s’inserisce l’appoggio ai palestinesi dato sempre e comunque, a prescindere dal loro rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele e abbandonare il terrorismo, e dato anche quando "l’antisemitismo islamico è apertamente genocida, e non solo nei confronti di Israele, ma di tutti gli ebrei. (…) Alla nostra mentalità razzista appare normale che gli arabi dicano tante idiozie e in fondo anche che sgozzino e smembrino gli ebrei".

La pervasività dell’antisemitismo di matrice araba non è un puro e semplice teorema, ma per chi avesse bisogno di ulteriori prove può leggere le pagine in cui Fiamma Nirenstein descrive la sua visita al campo profughi di Deheisheh, vicino a Betlemme, nella West Bank. Qui sembra concentrarsi l’essenza dello status di "profugo palestinese", che è ben diverso da quello di qualsiasi altro "profugo" e che viene perpetuato grazie alla creazione di un’agenzia ad hoc – l’Unrwa: "Si sta qui per riprodurre generazione di profughi, non per ricollocarli o aiutarli a inventarsi una nuova vita, ma per farli restare così per altre generazioni". Funzionale a questo "progetto" sono il cosiddetto "diritto al ritorno" a una patria letteralmente mitizzata e l’esaltazione dei terroristi suicidi, elevati al rango di martiri e di modelli da imitare: quando in una famiglia qualcuno si fa saltare per aria in questo modo "non si trova il benché minimo dubbio sul terrorismo suicida; uccidere gli ebrei è considerato un compito istituzionale dei palestinesi, in cambio se ne riceve onore e vanto, e anche vantaggi pecuniari" (e qui Nirenstein fa riferimento, per esempio, ai consistenti premi in denaro versati in passato da Saddam Hussein alle famiglie dei terroristi palestinesi).

Fiamma Nirenstein conduce poi un’opera di demistificazione riguardo alle vicende di Jenin, quando dopo la "seconda Intifada" l’esercito israeliano, constatato che molti attacchi terroristici ai danni di Israele partivano proprio da lì, preferì impegnare i suoi soldati in una battaglia di casa in casa per stanare i terroristi e sequestrarne armi ed esplosivi, invece di ricorrere a un meno rischioso – ma più distruttivo, per i civili palestinesi – attacco aereo a tappeto. Vi furono morti da entrambe le parti, ma la propaganda anti-israeliana dipinse l’operazione di Jenin come un "massacro" e gli israeliani – in base al tradizionale pregiudizio antisemita – come "mostri assetati di sangue". La realtà è completamente diversa: "I soldati non erano pronti: l’esplosivo era dentro i frigoriferi, nei gabinetti, nei tubi dell’acqua, sotto il letto
, gran parte era confezionato in casa con materiali chimici per l’agricoltura. Gli israeliani erano stupefatti: ‘Lei non si può immaginare dove e quanto Tnt avevano preparato’".

A fronte di tutto questo, però, Israele vive e continua a vivere anche grazie alla resistenza opposta dai suoi abitanti, non soltanto perché "anche un gesto quotidiano insignificante come salire in autobus, in Israele, comporta in forma grandiosa il coraggio di continuare a vivere", ma anche perché molti di loro sono consapevoli della minaccia a cui sono costantemente sottoposti e compiono gesti che non è esagerato definire di vero e proprio eroismo. A questi "eroi civili" Fiamma Nirenstein dedica uno dei capitoli più toccanti del libro. Qui fa nomi e cognomi di persone normali che, in varie occasioni, hanno mostrato di saper affrontare il pericolo, bloccando o gettandosi addosso ai terroristi – rischiando di morire o morendo davvero, talvolta -, pur di salvare altri da un possibile attacco. Di ognuno di loro l’autrice traccia un ritratto e ripercorre la storia personale: sono giovani camerieri come il ventitreenne Shlomi Harel; guardie giurate come Mikhail Sarkisov, appena immigrato dal Turkmenistan; autisti di autobus come Baruch Neuman, Menashe Uriel o Tzion Shoval; o come il diciassettenne arabo-israeliano Rami Muhammad che, vedendo a una stazione dell’autobus un individuo sospetto con una grossa borsa, è riuscito a chiamare la polizia e, quando il terrorista si è fatto esplodere in presenza degli agenti, è rimasto ferito lui stesso. Questi sono i veri resistenti, questi sono i veri eroi: gente che sceglie la vita – ed è disposta a pagare con la propria vita – e non la morte, eretta a culto morboso da società islamiche in cui "migliaia di leader, di intellettuali e di religiosi (…) innamorati della morte, che con voce quieta e occhi pieni di spiritualità (sul modello di Bin Laden) utilizzano i mezzi televisivi per diffondere il terrorismo suicida"

Cadavrexquis