Lo Stato? Etico per natura

marzo 9, 2007 in Como by lamiadestra

Quando sento o leggo persone (soprattutto di sinistra) affermare che lo stato non deve essere etico, mi viene sempre da sorridere. Cosa infatti è più etico dell’esistenza stessa dello Stato, della legge, dell’autorità?

Per come la vedo io, lo Stato si evolve nella società umana per porre a freno alcuni istinti naturali (vogliamo chiamarli "animal spirit" per far contento Keynes) che animano ciascun animale presente nel mondo, noi uomini compresi.
In particolare, lo Stato pone come principio cardine che nessun uomo ha diritto di recare danno ai suoi simili: cosa c’è di più etico in questo? E’ un principio che va contro le tendenze naturali: ci sono animali che divorano i propri cuccioli, altri che si uccidono per conquistare la femmina, altri che si rubano il cibo, e così via. All’uomo questo è precluso, con una decisione arbitraria di straordinaria valenza etica, ed il rispetto di questo principio è affidato allo Stato.

Lo Stato, in quanto tutela massima della sicurezza e della libertà dei suoi cittadini, è dunque etico nella forma più elevata possibile. Non capire questo, significa non capire che per non avere uno Stato etico l’unica soluzione è non avere uno Stato.

Ma è possibile non avere uno Stato? In effetti, direi che la risposta è no, in quanto storicamente lo Stato è una evoluzione della società umana voluta e creata dall’uomo stesso. A ben pensarci, le diverse forme di anarco-capitalismo stesse non aboliscono lo Stato (per non parlare dell’anarchismo comunista della sinistra), bensì lo privatizzano: questo perchè le istituzioni attuali sono così lontane dai cittadini che si sente il bisogno di ricrearle sotto forma di contratti privati tra individui.
Ma in questo modo non si farebbe altro che ricreare quelle società-Stato primordiali dove minore era la distanza tra amministratore e cittadino, e più diretta l’interazione. Il problema che quelle teorie evidenziano non è l’inutilità dello Stato generico (inteso come ente astratto che regolamenta e coordina le interazioni tra individui), bensì il danno dello Stato specifico che esiste oggi. Uno Stato che, lungi dal riflettere le volontà dei cittadini, si ponte come aliud, un ente a sè stante, al di sopra dei cittadini. Di fatto, l’anarco-capitalismo si avvicina molto, sotto certi aspetti, alle idee dei fautori del federalismo, e del trasferimento di poteri dalle autorità centrali a quelle locali.

Il non capire l’eticità intrinseca nell’istituzione statale, e la sua natura di fatto contrattualistica (seppur magari implicita) porta a ragionamenti che mi paiono totalmente assurdi. Prendiamo, ad esempio, la battaglia di Pannella contro la pena di morte.

Trascuriamo le questioni religiose, per cui un ateo non accetta la pena di morte in quanto toglie l’unico bene che l’individuo sicuramente ha (la vita), mentre per il religioso, che crede in una vita dopo la morte, la pena capitale non è la fine di tutto. (Ed in effetti, c’è una certa correlazione tra Paesi che ammettono la pena capitale e religiosità della popolazione, una volta che si corregge il campione per tener conto delle dittature fascio-comuniste)

Se analizziamo la pena di morte con una visione contrattualistica dello Stato, e memori dell’insegnamento del premio Nobel Gary Becker sulla razionalità dei criminali, è allora contraddittorio dire che la pena capitale è ingiusta. Il criminale sa che, in virtù di quel contratto atipico ed implicito di cittadinanza con lo Stato, se lui compie determinate azioni sarà punito con la pena di morte. E’ un "banale" contratto di do ut des: in questo caso le prestazioni reciproche sono dei mali. Il criminale sa che esiste questo contratto, e sa che se viene scoperto a compiere certe azioni sarà passibile di morte: se decide di combiere comunque quelle azioni contemplate nella legge, allorà avrà razionalmente corso il rischio di subire la pena capitale.
Ricordate il Mercante di Venezia? Per quanto possa apparire aberrante, si trattava di un contratto liberamente sottoscritto dalle parti.

Uno Stato (come quelli moderni) che vieta tali contratti (o che vieta la pena di morte) è uno Stato etico: decide cosa si può e cosa non si può fare; nello specifico, decide che un cittadino non può compiere azioni che danneggino la salute o la vita altrui, anche se previste da un contratto liberamente sottoscritto dalle parti.

Ecco dunque perchè mi viene da sorridere quando sento o leggo battaglie in nome del no allo Stato etico: perchè è una battaglia contro i mulini a vento, una disputa già persa prima di inziare in quanto in contraddizione con sè stessa. Si vorrebbe impedire un comportamento etico all’istituzione etica per definizione.

Accettato dunque il fatto che, per necessità, qualsiasi forma di Stato è etica, e tenuto conto che nessuna decisione umana è davvero priva di effetti sugli altri (sarà la distorsione tipica dell’economista che ragiona sempre in termini di costi e benefici, utilità del singolo ed esternalità, ma non me ne viene personalmente in mente nessuna), e quindi il principio per cui uno è libero di fare ciò che vuole finchè non danneggia gli altri è un principio di fatto vuoto, a questo punto il problema non è battersi per uno Stato non etico, bensì accordarsi per definire il punto di equilibrio tra libertà dei cittadini ed intervento etico dello Stato.

Lamiadestra