Il calabraghismo, ovvero: la politica estera secondo "il manifesto"

marzo 23, 2007 in Como by cadavrexquis

Sotto una foto a mezza pagina di Daniele Mastrogiacomo in turbante e Gino Strada, il manifesto di martedì ha titolato, con uno dei suoi giochi di parole, "La strada giusta". Secondo loro, quindi, questa sarebbe la buona politica estera: un autista sgozzato, un interprete che non è stato rilasciato – diversamente da quanto voleva credere Gabriele Polo nel suo fondo – e cinque talebani consegnati in cambio di un prezioso giornalista italiano.

La strada giusta da seguire, dunque, sarebbe quella di affidare le trattative a una ong – meglio se no global, "de sinistra", antiamericana e filoislamica – e calarsi le brache cedendo ai ricatti. E il grave non è soltanto che si sia ceduto a un ricatto, bensì che questo è il segnale – come se ce ne fosse stato ancora bisogno – che l’Italia, l’anello debole della coalizione occidentale, è attaccabile e vulnerabile anche ai ricatti futuri. In questo modo si è semplicemente dato un premio al terrore esercitato dai talebani.

Qualcuno pensa che ciò li ricondurrà a maggior mitezza o non li invoglierà piuttosto, come minimo, a perseverare o a rincarare la dose, visto che la loro strategia ha avuto tanto successo? Senza contare poi l’umiliazione inflitta al legittimo governo afghano: Karzai ha dichiarato che non intende più accettare un ricatto simile, in futuro.

Ma questo, evidentemente, non conta niente per la sinistra del manifesto. Per il futuro, del resto, quest’ultimo auspica – invocando un realismo che, secondo Polo, "ridà razionalità all’agire politico" – che i talebani vengano invitati alla conferenza di pace sull’Afghanistan, come suggerito da quel genio di Fassino. Quelli del manifesto, dunque, sono tutti contenti perché la politica estera dell’Italia in questi giorni è stata la loro. (Per inciso, mi permetto di osservare che il manifesto, nel numero di martedì, occupa il taglio basso della prima pagina con un pezzo intitolato: "Ebrei per la pace: Trattare con Hamas", suggerendo in modo insinuante che Israele dovrebbe seguire l’esempio dell’Italia con i talebani e trattare con un’organizzazione che ha nel suo statuto l’annientamento di Israele stesso. E per dare vigore e apparente credibilità alle sue parole sfrutta l’autolesionismo di quegli ebrei, e non soltanto israeliani, che amano vedere e ingigantire – per ribaltare la nota metafora biblica – la pagliuzza nel proprio occhio ma non la trave nell’occhio dei loro nemici e finiscono per portare acqua al mulino di chi vorrebbe cancellare Israele dalle cartine geografiche).

Riguardo all’idea di invitare i talebani a un tavolo di pace, ho già scritto un paio di giorni fa come la penso e non ho di certo cambiato idea. Ho letto i commenti che qualcuno ha lasciato a me e altrove. Ho l’impressione che talvolta qualcuno confonda il termine "talebano" per un generico "fedele musulmano". Ora, per definizione, non esistono "talebani moderati" e "talebani estremisti": i talebani sono esattamente quella roba lì che stiamo vedendo in azione in questi giorni.

Sono quelli che, senza farsi scrupoli, sgozzano un uomo perché è, secondo loro, un "cane infedele", perché è un nemico – ed è un nemico in quanto incarna il sistema politico che loro detestano sopra ogni cosa: la democrazia -, e non di certo perché – come ha detto quello spiritosone di Paolo Cento, dei Verdi – questo è, ahimè, "il dramma, la tragedia della guerra e di chi risponde alla guerra". Altrimenti quali talebani si pensa di invitare al tavolo di pace? I talebani più "moderati"? E come dovrebbero essere scelti? Qualcuno pensa forse di chiedere loro di indire un regolare concorso pubblico e selezionare tra di loro quelli più "moderati" – no, perché io ormai dalla sinistra mi aspetterei anche proposte di questo genere? E quali sarebbero poi questi "talebani moderati"? Quelli che tagliano solo una mano invece di due, quelli che mozzano le orecchie e la lingua ma non la testa, o quelli che praticano l’anestesia prima di sgozzare il "nemico"?

A chi dice che ormai i talebani sono una realtà ineliminabile del paesaggio politico afghano e che rappresentano comunque una buona parte degli afghani faccio notare che un po’ di tempo fa anche i nazifascisti facevano parte del paesaggio politico tedesco e italiano e che molti tedeschi e molti italiani si identificavano in loro. Ma non per questo si è pensato, prima che finisse la guerra, di fermare tutto quanto e invitarli alla ricostruzione della democrazia in Germania e in Italia. Non si tratta con i tagliagole: la prima lezione che devono imparare è che il terrore non deve essere ricompensato, mai. Una sinistra che non capisce una cosa così elementare non è degna di essere appoggiata, è una sinistra che si è bevuta il cervello.

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Per concludere consiglio a tutti di leggere in primo luogo l’intervista a Emma Bonino, pubblicata oggi sul Corriere della Sera. Sottolineo in particolare questo passaggio: "Certo, la liberazione di cinque Talebani, che le truppe Nato rischiano di ritrovarsi di fronte nei ranghi dei nemici armati, è una questione di cui vanno valutate le conseguenze. Per avere un assaggio basta andare a vedere i siti islamici che stanno inneggiando alla vittoria dei talebani contro gli ‘infedeli’. Per questo credo fermamente che occorra una buona volta uscire tutti, cioè governo, media, partiti e opinione pubblica, da questa specie di ‘trance’ nazional-popolare che avvolge il paese ogni volta che si produce un episodio del genere.

Tragedie ed orrori, sui teatri di guerra, avvengono purtroppo regolarmente, e non c’è un diritto all’esenzione per quelli che non sopportano l’idea che queste cose avvengano. È tempo di riprendere la strada del rigore se vogliamo evitare che i nostri connazionali diventino, per paradosso, ostaggi più ‘appetibili’".

Poi, per un ulteriore sguardo intelligente e provocatorio sulla faccenda, consiglio di leggere anche questo articolo di Daniele Capezzone, pubblicato sul Giornale di ieri.

Cadavrexquis