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May 19, 2012, 8:21 am

I nanetti giganti

“Lo sapevi che, in realtà, i lillipuziani erano grandi come Gulliver, e che Gulliver era microscopico come i lillipuziani?” – “Uhm…Sì…Certamente.” Qualsiasi persona di buon senso, abbozzando un sorriso a denti stretti dopo aver udito quest’aforisma, alzerebbe la cornetta e chiamerebbe la più vicina casa di cura. Questo in un paese normale. Nel paese in cui chi detiene lo 0,008% del capitale sociale di una società la controlla per intero, in cui 10 persone nominano tutto il Parlamento e in cui i partitini puntano i piedi ad ogni millimetro del loro orticello vagamente minacciato, probabilmente la persona di buon senso, il “sano” per intenderci, si direbbe completamente d’accordo. Parlando di legge elettorale, che sembra essere il tema preferito dai politici quando non c’è nulla di cui parlare (Partito Democratico a parte, s’intende), il mese scorso Giovanni Sartori scriveva sul Corriere: «Lo sa anche il mio gatto che i nanetti combatteranno a morte qualsiasi riforma sensata, visto che qualsiasi riforma sensata ne deve richiedere la decapitazione».

Quantomeno profetico. E così, mentre il Presidente della Repubblica Napolitano continua a battere sul tasto della necessità di un sistema elettorale decente («bisogna andare avanti spediti»), le consultazioni a Palazzo Chigi, in ques’ultimo mese, si sono susseguite frenetiche. Uno «scambio di vedute estremamente utile e fruttoso», con tanto di «consenso ampio» e pure di «dialogo condiviso»: un buco nell’acqua, praticamente. Il centrodestra meno UDC si è accordato su due varianti del modello proporzionale regionale e provinciale (il Tatarellum) proposte dal recidivo Calderoli; il centrosinistra, manco a dirlo, non si è accordato su nulla. E siccome si tratta di mettere d’accordo formazioni politiche che non sono mai d’accordo su nulla (tranne che su certi temi sensibili – l’impunità ed i privilegi, ad esempio), è probabile che dalla “bozza Chiti” esca un abominio giuridico tale da fare il paio al porcellum calderoliano. Il che non è esattamente il massimo, visti i brillanti risultati di quest’ultimo: l’unica cosa certa è che le preferenze non si toccano. Nel senso che, ovviamente, non ci saranno. Ne và del primato della politica, altrimenti.

E così, tra bozze, modelli tedeschi, inglesi, spagnoli e proposte varie, una via praticabile, incredibilmente, è stata indicata dall’Ulivo: maggioritario a doppio turno alla francese. Apriti cielo. I “nanetti” sono scattati come un sol uomo: Giordano, segretario del PRC, si dice «sconcertato» dallo «stato confusionale in cui versano i partiti maggiori della nostra coalizione»; i Verdi, addirittura, parlano di «implosione» (ancora?) nella maggioranza e invitano caldamente DS e Margherita a considerare seriamente la famigerata bozza Chiti. Una proposta che non si può rifiutare, insomma. Nello stesso editoriale, Giovanni Sartori scriveva: «Se l’accordo risulterà gradito ai nanetti vorrà dire che il nuovo sistema elettorale sarà pessimo»; le varie proposte di convergenza sulla bozza Chiti, pertanto, non fanno presagire nulla di buono. «Se invece i nanetti strilleranno a perdifiato, vorrà dire che è accettabile [la nuova formula elettorale]»: è questo il caso del maggioritario a doppio turno. Che, infatti, è regolarmente saltato. Cosa fare, dunque? Il ministro della Difesa Parisi, non si sa a quale titolo e con quale competenza, avverte: le proposte Chiti e Calderoli «sono deboli». Tradotto dal politichese, significa che fanno schifo ma che ce le dobbiamo tenere: o si mangia la minestra o si salta dalla finestra.

Siccome il menopeggismo è quello che è, una riforma elettorale degna di tal nome, se si vuole governare il paese, è vitale. Quale sia questa riforma, però, non è dato sapere. Saltata la proposta maggioritaria, a nostro avviso l’unica praticabile, rimarrebbe il referendum come unica e ultima proposta concreta e sensata (1). Ma anche su quel versante, niente da fare. Gli attacchi al referendum non vengono solamente dei nanetti, ma addirittura dal Presidente del Consiglio Prodi, che l’8 aprile si è scagliato contro il comitato promotore: «Credo che i promotori del referendum stiano lavorando perché diventi inevitabile». Una tesi alquanto singolare, visto che per proporre un referendum servono 500.000 firme, il controllo su queste della Corte di Cassazione ed, infine, il vaglio di ammissibilità della Consulta. Non esattamente, come si vede, una posizione in grado di condizionare l’intera classe politica. Per non essere da meno, il ministro di Grazia e Clemenza Mastella ha già imposto il suo diktat: «Lo dico con chiarezza quando si andrà al referendum noi non ci saremo. Se c’è il referendum il rischio è la crisi di governo. Questo senza nessun tema di smentita». Nisba pure al referendum, difeso solo da AN (che è all’opposizione). Alla fine tocca convincersi che Gulliver è piccolo come un lillipuziano e che un lillipuziano è grande come Gulliver.

(1) Per maggiori informazioni sul tema, vedere “Le solite certezze” e “Proporzionellum”.

Leonardo Bianchi 


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1 Comment

  1. Ulisse scrive:

    Secondo me dovremmo trovare un modo per sbarazzarci di questa classe politica, tutta quanta nessuno escluso. Facciamo un referendum?

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