Lo spiritoso della legge

aprile 28, 2007 in Como by leonardo-bianchi

Fa caldo, fuori c’è bel tempo, il Belpaese sonnecchiosamente si avvia verso la bella stagione. Sonnecchiosamente, appunto. Bombardato di camomilla, di Cogne, di Miss Italia, di “alleggerimenti” (del tipo “Hugh Grant tira addosso ad un paparazzo una scatoletta di fagioli” e così via) per non sapere, per non volere, per non pretendere, per non reclamare. Esempio: ieri ad Annozero si parlava della legge-vergogna sulle intercettazioni, che rende le indagini impossibili ai magistrati e criminalizza i giornalisti che cercano di dare notizie ai lettori. In studio Travaglio, quasi commovente nella sua critica vibrante ed accorata, Caselli a dargli un pò di manforte ed un irriconoscobile Di Pietro che pontificava sui meriti del provvedimento (fatto da Berlusconi, sarebbe sceso come minimo in piazza, insieme agli altri Soloni e Draconi del centrosinistra) di fronte ad un’allibita platea. Prove tecniche di ammissione al Partito Democratico? Può essere. Se queste sono le premesse, comunque, c’è da rallegrarsi, visto che la trasmissione, che si occupava tra le altre cose dell’indagine sui furbetti del quartierino, non ha sortito alcun effetto. Esposizione mediatica sottozero.

Intanto a Palermo i giudici della terza sezione penale emettono il loro verdetto su Gaspare Giudice, già arrestato per un giro di falsi rimborsi e truffe IVA e deputato di FI imputato per mafia, estorsione, riciclaggio, bancarotta e altri capi d’accusa. Assoluzione, più una prescrizione per la bancarotta. Non appena appresa la notizia, l’onorevole è svenuto: era il meno che potesse fare. Nel 1998 i pm di Palermo chiedono al Gip il suo arresto; nella richiesta di custodia cautelare motivano così la loro decisione: «Lungo un arco di tempo che comprende quasi un ventennio, l’On. Giudice ha instaurato stretti legami personali e di affari con diversi esponenti dell’organizzazione criminale Cosa Nostra»; inoltre, «la sua presenza ai massimi vertici istituzionali dello Stato costituisce per gli uomini d’onore una importante garanzia per potere continuare a realizzare i propri interessi criminali con la consapevolezza che lo stesso si attiverà, così come ha dimostrato di fare sino ad ora, non esitando anche a strumentalizzare le sue altissime prerogative, per venire incontro alle loro aspettative e comunque per impedire che vengano accertate le loro gravissime responsabilità penali».

Il Gip accoglie la richiesta dei pm. E nel provvedimento ripercorre vent’anni di rapporti tra mafia e politica. In particolare, Giudice è accusato di essere organico a Cosa Nostra (art. 416 bis), di aver svolto attività di riciclaggio di denaro sporco a favore di Lorenzo Di Gesù, di Pippo Calò e dei fratelli Giuseppe e Alberto Gaeta presso la filiale della Sicilcassa di Termini Imerese; nell’aver svolto un’attività di intermediazione tra il “gruppo Panzeca” ed il gruppo di Carlo Greco, esponente mafioso di spicco; di aver gestito alcune società nautiche (”Marina Uno”, “Gente di Mare” e “Il Salpancore”) in modo da favorire gli interessi economici di diversi mafiosi; di aver avvantaggiato il “gruppo Panzeca” strumentalizzando la sua funzione alla Sicilcassa, banca nella quale il gruppo era notevolmente esposto. Per entrare più in dettaglio, a questo indirizzo è reperibile l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Renato Grillo. La richiesta di arresto è accettata, caso più unico che raro, dalla giunta per le autorizzazioni, che non ravvisa neanche un filo di “fumus persecutionis”. Ma è respinta dalla Camera dei Deputati, che sancisce anche l’impossibilità di utilizzare alcune fondamentali intercettazioni. E’ una storia vista e rivista.

Il processo inizia nel 1999, e stancamente si trascina per anni e anni. Lo scorso marzo, il pm Paci chiede in tutto 15 anni di reclusione. Il collegio giudicante, formato da Angelo Monteleone e, a latere, da Lorenzo Chiaramonte e da Marcella Ferrara, assolve, come già detto, Giudice e altri quattro imputati, mentre condanna Nino Mandalà, l’avvocato mafioso che fece piangere Enrico La Loggia (deputato di FI ed ex ministro degli affari regionali nello scorso governo Berlusconi), ad otto anni di carcere, Salvatore Catanese a sei anni per concorso esterno e Cosimo Parrinella a cinque anni per mafia. Il piano giudiziario, quindi, per il momento si esaurisce qui. Ma rimane il piano, si scusi il termine, morale. Giudice, infatti, veniva chiamato dai mafiosi della cosca di Caccamo fin dentro Montecitorio; questi ultimi, amorevolmente, gli ricordavano come mai lui fosse lì dentro: «Gasparino, guarda che siamo stati noialtri a metterti lì». Inoltre, è onorevole intrattenere rapporti con mafiosi del calibro di Di Gesù, di Panzeca? Oppure farsi dare dell’«amore mio» da Nino Mandalà, boss di Villabate? Forse. Chi vivrà vedrà.

Sempre il 27 aprile, anche Silvio Berlusconi viene assolto ex art. 530 comma 2 c.p. dall’accusa di corruzione nell’ambito del processo SME. La sentenza di primo grado lo aveva assolto per alcuni capi d’imputazione, e dichiarato prescritto, grazie alla generosa concessione delle attenuanti generiche, per l’accusa di avere a libro paga il capo dei Gip Squillante. Una degna conclusione per una vicenza giudiziaria a dir poco complessa, della quale il popolo italiano è stato costantemente tenuto all’oscuro o peggio disinformato. Una condanna, nel caso di specie, sarebbe valsa esattamente come un’assoluzione: e cioè a nulla, visto che, ormai, a nessuno importa più una banana dei processi a Berlusconi. Ilona Staller alias Cicciolina, insieme a Moana Pozzi, trent’anni fa contribuì in maniera decisiva allo spostamento della soglia del pudore degli italiani. Ecco, ora Berlusconi, insieme ai suoi fedelissimi, ha fatto sì che la soglia della tolleranza all’illegalità degli italiani rasentasse livelli altissimi, mai visti in nessun altro paese. Sono soddisfazioni anche queste. Per restare in tema, Marco Paolini dice che l’indignazione di un italiano «dura meno di un orgasmo». E dopo va a finire che sei pure stanco.

Proseguendo nel tour giudiziario della Penisola, bisogna tornare a Palermo, dove si è verificata una vicenda che fotografa benissimo, forse anche meglio delle vicende succitate, la situazione odierna della Giustizia. Salvatore Mannino, titolare di un negozio di pompe funebri, tre anni fa uccise un uomo con un pugno per una lite da incidente automobilistico. Oggi, 27 aprile 2007, la sentenza del gup Maria Elena Gamberini diventa definitiva dopo che la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha respinto il ricorso. La pena da scontare è di appena 6 anni: il rischio che Mannino non passi neanche un giorno di carcere è concreto, dal momento che, tra un rito abbreviato, uno sconto di pena, un’indulto ed una Simeone-Saraceni, per finire in carcere serve ben più che un omicidio. Questo è il risultato di almeno 12 anni di pastette e di picconate sui codici. Chi chiedeva “discontinuità” alla coalizione di centrosinistra, almeno in materia di giustizia, ha dovuto ricredersi subito, non appena Mastella è stato nominato Guardasigilli. Il resto è stato un crescendo wagneriano: l’indulto libera-tutti, l’inciucio a guadagno zero sulla riforma dell’or
dinamento giudiziario, i ricorsi alla Consulta contro la Procura per il caso Abu Omar ed infine la legge bavaglio sulle intercettazioni. Il tutto in un contesto di impunità sempre più diffusa. In Italia, insomma, «la situazione è drammatica, ma non è seria».

Leonardo Bianchi