Bancarossa fraudolenta
Archiviata, si fa per dire, la porcata mastellata sulle intercettazioni, non si fa tempo a girarsi che subito dietro l’angolo c’è un’altra legge-vergogna. Avvertiamo sin da subito che quella che ci si appresta a descrivere è una storia vista e rivista: nel quinquennio ulivista 1996-2001 il pm Francesco Greco ebbe la sfrontatezza di dire che l’Ulivo stava facendo cose che «nemmeno Craxi aveva osato fare». Apriti cielo: prima le batterie trasversali fecero un bel fuoco di fila incrociato, poi, nel caso non si fosse capito bene, vi fu la prontissima apertura del procedimento disciplinare (naturalmente archiviato in men che non si dica).
Ora, visto che Craxi è assurto di diritto a padre nobile del nascente Partito Democratico (lasciando fuori, tanto per fare due nomi, quei loschi figuri di Pertini e di Berlinguer), non c’è poi così tanto di cui stupirsi. O meglio, ci sarebbe da stupirsi per il livello di sfacciataggine raggiunto dalla casta: nel programma dell’Unione figurava la solenne proposta, strillata da mane a sera nei vari salotti televisivi e nelle tribune politiche, di abolire le scandalose leggi ad personam fatte dalla cricca di Berlusconi. Una volta vinte le elezioni, a scanso di equivoci, il primo provvedimento in materia di giustizia è stato l’indulto. Tanto per regolarsi sin da subito.
Il risultato, infatti, è sotto gli occhi di tutti (cioè di pochi): le leggi vergogna non solo sono ancora in vigore, ma adesso vengono pure rinnovate e affiancate dalle sorelline e sorellone dell’Unione. L’unico modo di spazzarle via dall’ordinamento, pare di capire, è chiamare in causa la Corte Costituzionale. Ma il procedimento è lungo, complesso ed inoltre non è detto che tutte le leggi, per quanto ribrezzo provochino, siano incostituzionali. E non è nemmeno così sicuro che l’intervento della Consulta comporti modifiche in melius: la sentenza di incostituzionalità di una parte dell’ex-Cirielli, ad esempio, ne ha esteso considerevolmente l’ambito di applicazione.
L’ultima del lotto, da quanto si apprende da un articolo apparso sul Corriere della Sera, riguarda la modifica del reato di bancarotta fraudolenta. Il ddl d’iniziativa governativa, steso e discusso di soppiatto, in gran silenzio, prevede una riduzione della pena massima da dieci a sei anni. Il che, seppur incomprensibile (in realtà si capisce benissimo), potrebbe anche essere accettabile, se in Italia esistesse una parvenza di certezza della pena. Il problema si pone, come al solito, se si vanno a vedere i termini di prescrizione. Il calcolo attuale si ferma a dodici anni e mezzo; con la riforma, il processo verrebbe fulminato sulla via della ex-Cirielli dopo appena sette anni e mezzo. Risultato finale: i processi Cirio e Parmalat, che sono ancora all’udienza preliminare, con ogni probabilità finirebbero in prescrizione. Insomma, tutto finirebbe in burla. Alla fin fine, la colpa è della “sciura Pina” e dei piccoli risparmiatori truffati e raggirati, no?
Per ora le proteste del mondo giuridico e giudiziario (ma anche, timidamente, di quello politico, Di Pietro in primis) non si sono fatte attendere, ma l’impressione è che questa legge s’ha da fare. Costi quel che costi. Intanto a Padova fervono i preparativi per il puttan-day, evidentemente una variante neolaica del family-day, che consiste nella protesta di prostitute e no global contro la decisione del sindaco di multare chi si ferma a raccattare le lavoratrici ai lati della strada. Ad ora sono state registrate già dieci contravvenzioni. Le professioniste tengono a precisare che ai malcapitati il torto verra risarcito “in natura”. Insomma, toglieteci pure le notizie, i risparmi, la dignità: ma non azzardatevi a toglierci le mignotte.








In Italia c’è bisogno di un completo ricambio politico, via tutti gli attuali, giovani e vecchi, e largo alle nuove leve sperando in bene.
Se va avanti così finiremo col rimpiangere quel tale che sbraitava da Palazzo Venezia sigh!