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May 24, 2012, 7:39 am

Suicidi a mandorla

Ebbene sì: la corruzione, in certi paesi, è ancora una cosa seria. Ovviamente non lo è in Italia, o perlomeno non lo è più lo da quando i criminali di Tangentopoli sono diventati i giudici che condannavano i tangentari e non i tangentari che rubavano a man bassa la pecunia pubblica. Ed infatti, molto italicamente, tutto è finito nelle peggiore delle ipotesi in tarallucci e vino; nella migliore, invece, si è risolta con un amorevole buffetto. Quasi a dire: era tutta una burla, suvvia, perchè prendersela per così poco. E si è così finiti ad avere un Parlamento pieno di corrotti, di pregiudicati, di condannati, di inquisiti e di indagati. Fino all’estremizzazione dell’estremo, ovverosia la questione Previti: condannato il maggio dell’anno scorso a sei anni di reclusione per corruzione di giudici e interdetto dai pubblici uffici, il noto pregiudicato in questione riveste regolarmente la carica di parlamentare della Repubblica pur non potendola rivestire. Nemmeno Beckett si sarebbe sognato di portare in scena una vicenda del genere.

In Giappone, invece, le cose sono leggermente diverse. Il governo di Shinzo Abe, cinquantaduenne astro nascente della politica nazionale nonchè leader del Partito Democratico Liberale, è stato recentissimamente scosso da alcuni scandali di corruzione con annessi suicidi eccellenti. Il più eclatante è stato quello di Toshikatsu Matsuoka, ex ministro dell’Agricoltura, che si è ucciso nel suo appartamento di Tokyo dopo essere stato coinvolto in una serie di scandali. La polizia ha trovato inoltre alcuni scritti lasciati da Matsuoka. In uno si legge: «Mi scuso con tutto il mio cuore per la vergogna ed i problemi che hanno causato la mia ignoranza e la mia mancanza di virtù»; nell’altro l’ex ministro ha detto «banzai» al premier Abe e all’intera nazione giapponese.

L’altro suicidio che ha ulteriormente gettato benzina sull’infuocata scena politica nazionale è stato quello di Shinichi Yamazaki, settantaseienne direttore di un agenzia governativa al centro di alcuni scandali legati ad una serie di presunti appalti truccati, che si è buttato dalla finestra del suo appartamento di Yokohama dopo essere stato sentito dagli investigatori. Ed ora il governo di Abe, colui che voleva mettere fine a quello che chiamava il «regime post-bellico» giapponese, rischia grosso, molto grosso. E pare, incredibile a dirsi, che nessuno abbia ancora rovesciato i cadaveri addosso ai magistrati ed alle forze dell’ordine. Strano. Si vede che in Giappone, evidentemente, sono ancora indietro. Molto indietro.

In Cina, se possibile, la situazione è ancora peggiore. Là ai corrotti non tagliano le mani: li condannano a morte e poi li ammazzano. Il 29 maggio il governo ha annunnunciato che procederà all’esecuzione capitale di Zheng Xiaoyu, ex responsabile della commissione di controllo su cibo e droga, macchiatosi del reato di corruzione. Sempre il governo ha detto che, nel periodo di reggenza di Xiaoyu (1998-2005), questi avrebbe intascato all’incirca 850.000 dollari di bustarelle per permettere la produzione di determinate droghe. Ora, che la misura punitiva sia assolutamente sproporzionata è fuor di discussione. Giusto per fare un esempio comparativo, Duilio Poggiolini (ex direttore generale della Malasanità), quello, per intenderci, dei lingotti d’oro e delle banconote nel pouf, che aveva accumulato miliardi e miliardi lucrando illecitamente sui farmaci, si beccò a suo tempo solo 7 anni per 20 episodi di corruzione, poi naturalmente condonati dall’indulto della scorsa estate.

Ed è altrettanto tristemente risaputo che la pena di morte in Cina abbia raggiunto dimensioni impressionanti: Amnesty International ha contato, nel solo 2006, 1.770 esecuzioni; il dato reale, però, ammonterebbe a circa 8.000. Il messaggio lanciato dal governo cinese è, ad ogni modo, abbastanza nitido: chi sgarra paga. E anche caro. A prescindere dai galloni, dai titoli e dall’incarico che riveste. In Italia, invece, le condanne fanno curriculum. Per entrare in Parlamento o assumere alti incarichi dirigenziali (o delinquenziali, che dir si voglia), è d’obbligo avere, se non una condanna (meglio se definitiva), almeno un processo in corso o, mal che vada, un avviso di garanzia. E se qualcuno si permette di dire qualcosa di fronte a questa situazione di illegalità tale da far rimpiangere la tanto vituperata prima Repubblica, peste lo colga: egli, o ella, è «un piccolo capo populista» (Amato dixit). E non sa neppure distinguere le condanne: ci sono reati e reati, insomma.

Leonardo Bianchi


Suicidi a mandorla

2 Comments

  1. Ulisse scrive:

    Il Giappone รจ il paese dei Samurai e dei Kamikaze ed il suicidio viene visto come un atto d’onore. Noi siamo diversi, siamo il Paese dei Don Abbondio e dei Rodrigo siamo il Paese del ‘facciamo finta che tutto va ben’.

  2. Antonio scrive:

    In Giappone si suicidano se prendono 4 soldi di mazzette….
    In Italia ne prendono molti di +, vengono condannati, e senza vergogna si ripresentano in parlamento……UOMINI SENZA VERGOGNA…=d>[-x

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