Silenzio nessuno ti ascolta
giugno 18, 2007 in Como by leonardo-bianchi
Ogni volta, cioè sempre più spesso negli ultimi tempi, che scoppia uno scandalo che lambisce la classe politica, si paventa il ‘92, ovvero Tangentopoli, ovvero Mani Pulite. Nell’immaginario collettivo, grazie a 15 anni di disinformatija a reti unificate, Mani Pulite si qualifica come un qualcosa di aberrante, una sospensione dei diritti fondamentali di vago sapore sudamericano, una sorta di macelleria giudiziaria da fare il paio al caso Tortora.
In realtà, come diceva il compianto Indro Montanelli, la slavina giudiziaria che si abbattè sui corrotti e sui loro sodali «poteva essere una rivoluzione pacifica, una semplice disinfestazione da espletare con tutti i crismi della legalità. Purtroppo nessuno si mosse perché il malaffare andava bene a tutti». E continua ad andare bene ancora adesso, altrochè.
Il baratro in cui è sprofondato il Belpaese non è solo culturale, è soprattutto etico e civile. Lo dimostrano gli ultimi sviluppi della vicenda dei furbetti del quartierino: politici che si occupano di banche, banche che foraggiano ed istruiscono i politici, leggi vergogna ed ancora più vergognosi attacchi all’indipendenza ed al giudizio della magistratura. Delle intercettazioni depositate (meglio: raffazzonate da qualche giornalista) dalla gip Forleo se ne è già parlato in abbondanza: il quadro che emerge dalle telefonate è quello di una intreccio inestricabile tra nuclei di poteri finanziari, spesso e volentieri criminali, e gruppi dirigenti parlamentari che invece di legiferare si occupano di tutt’altro. Adesso sono anche saltati fuori i verbali d’interrogatorio di Ricucci, nei quali il finanziere borgataro racconta per filo e per segno le compiacenze e le protezioni bipartisan per l’affaire Rcs, che serviva, in pratica, da scudo mediatico alle scalate Antonveneta e Bnl.
E mentre il centrosinistra si barcamena tra smentite, figuracce e recriminazioni, Berlusconi spazza via ogni dubbio sui verbali di Ricucci: spazzatura. Ergo, la questione è serissima. Persino Sua Clemenza Mastella, in un raptus di dignità, ha deciso di non aviotrasportare a Milano i fidati ispettori (ormai in pianta stabile a Potenza), visto che anche un novantenne arteriosclerotico si accorgerebbe che la “fuga di notizie” in realtà non è tale, dato che gli atti notificati ai difensori degli indagati diventano pubblicabili non appena sono conoscibili da quest’ultimi. Qualcosa si muove, certo, ma solo ai piani alti. Gli scandali non sono altro che scossoni di assestamento, quasi fisiologici, in un palazzo ormai marcio nelle fondamenta, decrepito nella sua composizione interna, orrendo da vedersi all’esterno. Nel quinquennio horribilis del governo Berlusconi, il centrosinistra con al seguito il solito carrozzone di intellettuali, militanti, simpatizzanti e conserteria assortita strillava ogni due per tre. Faceva, giustamente, fronte comune contro le vergogne perpetrare a getto continuo da una destra che meno destra e più antilegalitaria di così non si può.
Ora che è al potere, invece, il centrosinistra sta facendo esattamente, se non peggio, le stesse identiche cose. Con una differenza, macroscopica: il popolo del centrosinistra, la società civile del Palavobis e dei girotondi sembrano essere svaniti. In prescrizione, probabilmente. Intorpiditi dall’inciucio perpetuo, abbattuti dallo sconforto di vedere il governo “amico” refrettario alle leggi, sempre solerte a sparare a zero sui codici, svuotati di ogni carica intellettuale, annichiliti dall’asperità del deserto ideologico, una volta, invece, così tanto rigoglioso. Il risultato è che il cittadino, sballottato tra categorie di pensiero formalmente agli antipodi ma sostanzialmente complementari, messo di fronte alla realtà delle cose da sempre più rarefatti e meritori casi di informazione, rimane a ciglio asciutto, con la palpebra socchiusa. E’ completamente abbandonato a sè stesso, precluso nell’esercizio del dissenso e della critica. E’ un ectoplasma che si trascina stancamente in un limbo sociale che non è nè inferno, nè purgatorio, nè paradiso.
Una volta completato il processo di conoscenza, non c’è catarsi. Non c’è indignazione, non c’è trasecolazione, non c’è il minimo sussulto. E’ quella che sempre Montanelli chiamava «la corruzione della corruzione», cioè l’autoimposizione di una soglia minima di tolleranza allo strabordare della indecenza civile, legale e morale. Ma non c’è più nemmeno quella. La corruzione della corruzione è corrotta anch’essa, nel senso che non c’è proprio più nulla da corrompere. Ed il riquadro perfetto della situazione lo fa, ancora una volta, Stefano Ricucci: «Mi dite per cortesia quando mi rimandate a casa? Che posso inquinare? Manco il Tevere posso più inquinare io!»







