Proponiamo un agevole pamphlet che ci è stato passato da una manina tanto anonima quanto misteriosa. Il titolo è “Piano di depistaggio e disinformazione democratica” – in sole quattro mosse, pergiunta.
Step uno. Anzitutto, è fondamentale creare il terreno su cui muoversi in futuro. La prima cosa da fare è procurarsi un’emittente televisiva con almeno una rete (anche se è meglio averne subito tre, a scanso di equivoci). Poco importa se la legislazione in materia non permette di trasmettere su scala nazionale; grazie alle conoscenze che contano, magari addirittura tramite il Presidente del Consiglio, si fanno uno o due decreti per bloccare i giudici che si ostinano ad applicare la legge.
Se le cose proprio dovessero andare per il peggio, ecco pronta la soluzione finale: si acquista direttamente la legge. Costa parecchio (23 miliardi), ma è fattibile. Fattibilissimo. Cristallizzato l’assetto radiotelevisivo e polarizzata l’audience, inizia l’operazione di lavaggio di cervello vera e propria. Dunque stelline a volontà, tette e culi a bizzeffe, programmi spazzatura a go go, serial televisivi di serie zeta, cartoni di tutte le risme, telegiornali pilotati e talk show in cui la parole “cultura”, “sapere” e “intelligenza” sono severamente vietate. Messa in moto la grande macchina dello star system, la metà dell’opera è già compiuta. Resta da finire l’altra metà, che per comodità viene delegata a soggetti creati ad hoc, meglio se ex-parrucchieri, pornografi, gossippari e così via.
Step due. Resa operativa la compagnia di giro, bisogna farla lavorare a pieno. I tabloid inglesi forniscono il metodo lavorativo: non c’è bisogno di spendere fatica per inventarsi qualcosa. Di materia prima ce n’è in abbondanza. Carta bianca, dunque, ai paparazzi per incorniciare nell’obiettivo flirt, amori, vizietti e viziacci di veline, di sub-celebrità, di comparse, di modelle e belloni, di calciatori, di rampolli.
Insomma, chi più ne ha, più ne metta. Il grande capo, intanto, entra in politica per non finire in bancarotta e per non essere sbattuto al fresco. Con queste luminose premesse, si può dare l’avvio alla criminalizzazione costante e progressiva dei giudici; il circolo virtuoso è alimentato anche dalla fazione politica opposta, anch’essa poco avvezza ad essere controllata da un potere indipendente: in tal modo, anche questa non sente il dovere di rendere conto a chi chiede delucidazioni.
Il termine che si deve usare a getto continuo, anche (e soprattutto) a sproposito, è “il primato della politica”, che assurge a grande pentolone dove buttare tutte le più grosse cazzate che possono venire in mente a qualcuno. Per una migliore cottura, scaldare per 15 anni a fuoco lento. Aggiungere sale, mi raccomando. E se qualcuno fa la voce grossa? Niente paura: è un “demonizzatore” e/o un “giustizialista”, che gode nel vedere rovinata la vita altrui. Gli house organ si occupano di lui nel giro di qualche giorno. Ed il giuoco è fatto.
Step tre. Il piatto è pronto per essere servito a tavola. Foto su foto, gossip su gossip, affari degli altri su affari degli altri, sputtanamento su sputtanamento. Tanto vale, arrivati a questo punto, farci su un bel gruzzolo. E’ oppurtuno mettere in piedi un simpatico giretto di estorsione, con qualche spruzzatina di sfruttamento della prostituzione. Non si sa mai: melius abundare quam deficiere, si diceva una volta. L’ambaradan, purtroppo, non può andare avanti all’infinito.
Tutte le cose, belle o brutte che siano, hanno un inizio ed una fine. Quando un giudice arriva a scoprire i tramacci, è bene buttarla subito in caciara. Certo, un pò di gogna mediatica è inevitabile. L’importante è arrivarci preparati. Profilo basso, nessuna dichiarazione, esposizione minima: al massimo si può dire che quel magistrato è comunista, o fascista, e che non gli siete simpatico perchè gli avete ciulato la moglie. Cose così, per intenderci.
La stampa pubblica i verbali degli interrogatori, le colonne dei giornali sono piene di intercettazioni; la televisione ne parla per due o al massimo tre giorni. Nessuno dice niente: tutti indignati, tutti sconvolti. Si invocano riforme e punizioni esemplari. Nel vostro ambiente sembra addirittura esserci un principio di regolamento di conti. I vecchi dissapori tornano a galla, le amicizie storiche si rinsaldano ulteriormente, tutti si accusano vicendevolmente. Ma non c’è nulla di cui preoccuparsi: appena spunta fuori il nome di un politico, voi avete la certezza matematica di essere fuori dal baillame. Perchè il bello incomincia proprio adesso.
Step quattro. Il grande capo ci aveva già provato a limitare queste dannate intercettazioni, già un paio di anni fa. Purtroppo, per ragioni temporali, non è riuscito nell’impresa. Poco male. I successori la pensano esattamente allo stesso modo. Appena viene fuori che anche un politico (perchè non ne servono venti, ne basta uno) c’è andato di mezzo alle vostre deliziose pratiche estorsive, siete a posto. La classe politica, infatti, si adopera subito per sparare sulla croce rossa.
Il ministro di Grazia e Redenzione fa scaldare i muscoli degli appositi ispettori, che vengono aviotrasportati nella procura che ha svelato le carte in tavola. E’ abbastanza? Certo che no. Anche il Garante della privacy dei politici batte i pugni sul tavolo. Come vi permettete di pubblicare certe cose senza il mio permesso? “Lei non sa chi sono io”, verrebbe da dire. In quattro e quattr’otto il Garante emette una circolare in cui assume in un sol colpo la funzione legislativa, giudiziaria ed esecutiva, ed intima lo stop alle pubblicazioni: il diritto dei cittadini ad essere informati è acqua. A temperatura ambiente, per giunta.
Il grande capo, intanto, si supera: denuncia «l’imbarbarimento» della situazione che lui stesso ha in gran parte contribuito a creare. Eh si, perchè il politico beccato a conversare amabilmente con un trans viene gettato in pasto al pubblico tramite i suoi giornali e cinegiornali. Voi ormai siete tranquilli: dalla gloria della prime pagine siete passati alle più defilate e confortevoli pagine di cronaca (quindi a pag. 22 o giù di lì). I cittadini non sanno più di cosa si sta parlando. E la speranza vi arride.
Il ministro di Clemenza e Grazia, infatti, ritira fuori dal cassetto il foglietto dove si era annotato due o tre rimediucci per impedire ai giudici di usare le intercettazioni e ai giornalisti di informare i lettori. Ma voi lo andavate ripetendo da tempo, ormai: «Se passa questa legge, non mi possono fare un cazzo. Se non passa, praticamente sono fottuto: cioè, quello che dici tu al telefono vale!» Sono soddisfazioni, no?
Leonardo Bianchi