Caro Gaddi, giusto per chiarezza lei è libero di fare tutte le scuse che vuole personalmente.
In nome della Città di Como, un cazzo.
Lo organizzi a casa sua, con i suoi soldi. Se, e la invito a fare due chiacchere qui sul blog (tanto non ci viene) osa usare una piazza, un vicolo, una stanza, un’aiuola PUBBLICA, usando soldi PUBBLICI, calcisticamente parlando si beccherà “due pappine”. Cioè un bel 2a0. Sarà un piacere fare il bis. Tenga presente che. con l’aggravante del reiterare la presa per il culo, aggiornata con l’arroganza che le è propria, metta a bilancio (dovrebbe essere materia nota) che magari qualcuno non apprezzerà ed avrà il sacrosanto diritto di farglielo notare.
Immagino abbia compreso. La città non è sua, non è vostra, è di tutti.
Un consiglio: ripassi il terzo principio della fisica.
I contestatori sono “gentaglia”, andrebbero buttati fuori, ci si stupisce che una certa platea se ne resta in silenzio quando invece dovrebbe proteggere l’articolo 21, prendere le difese dell’illustre ospite e che sì, se si fosse stati in una stanza chiusa sarebbe stato meglio, magari con un pubblico selezionato…così almeno avremmo evitato, li si poteva allontanare, sciò, fuori dai coglioni i contestatori che qui si fa cultura, la nostra che vi propiniamo e che dovete recepire e sposare. Libertà d’espressione unilaterale, diritti “d’alta sartoria” . Come dire, un filino tranchant ma senz’altro più garbato alla vista ed all’udito, formalmente apprezzabile. E già, giustamente Parolario corre in soccorso un po’ tra il goffo e lo spaventato e tra il comprensivo-adorante ed il riverente a prescindere, cercando una qualche soluzione ad un momento che si pone tra l’ovvio ed il diritto. Ma inatteso, sentito come corpo estraneo nell’impeccabile ribalta. Il non poter mettere i piedi in faccia come è abitudine consolidata spiazza, scandalizza e disarma creando un angosciato stizzito quesito: ma come si permettono? E’ certo il volto di una certa sinistra, afferma gajardo qualche intellettuale. Altri intellettuali fanno notare che la libertà d’aspressione, la Costituzione, l’art.21, hanno, avrebbero, dovrebbero avere l’autostrada del silenzio riverente davanti a sè e che se non è così, abbeh, allora, ci alziamo e ce ne andiamo, ma in che razza di paese viviamo (vivaddio). Ciò che conta è che c’è una scaletta, dev’essere attuata, quindi c’è la scaletta, c’è l’invitato, c’è il tema,l’argomento storico-letterario-documentale, c’è il moderatore garante, le domande vanno fatte così e non cosà, c’è la silente platea che elegante ed interessata fa la platea e fa anche la cultura in sinergia, con educata alzata di mano, col palco e con gli animali da palco, delle lucide nere pantere che eleganti e possenti si muovono suscitando emozioni. Il palco è una supeficie orizzontale di giustezza, essa è stata fatta apposta per non fare “i di più” perchè si tratta di un contenuto necessario. Gli attori sul palco sono la normalità e la rappresentano mentre la applicano, aspettando in ritorno il doveroso compiacimento. Una situazione di equilibrio e pace intellettuale. Un volare alto sui contenuti. Si cerca e si vuole l’assemblaggio tramite maliziosa intesa, una sorta di orgasmo condiviso esasperato, coinvolgente, complice. Palco, platea, complicità. Per la messa al mondo della creatura, la complicità intellettuale, la condivisione, la fusione, un pensiero totalizzante, unico, la dipendenza allo stesso e l’esigenza del suo essere protetto affinchè si possa propagare. Un fondersi in unico pensiero, accettato in quanto studiato per essere recepito e condiviso. Relativi, non condivisi e quindi inutili e rigettati con fastidio gli atteggiamenti autonomi. Essi prevedono un esame di coscienza, fuori luogo con il concetto della cultura che tanta organizzazione ha confezionato. Questo analizzare il perimetro e non l’area in esso contenuto è sintomo di non allineamento. E’ sviante, anzi tendenzioso. Irregolare, fuoriesce autonomamente in modo scomposto. E si alimenta da solo, muovendosi senza linea guida. Sgradevole, cafone, alieno. Eppure potente, libero e potente. Inaspettato, libero e potente. Come un fiore che sboccia, non lo puoi fermare. E infatti non lo fermano. Non ce la fa neppure l’ipocrisia, non può. L’ipocrisia soccombe all’entusiasmo dell’esame di coscienza, all’analisi fredda e disinteressata, alla mera logica delle cose. Uno tsunami di semplicità e coerenza. Che travolge. Si incunea, fa leva, apre squarci e si intrufola, si gonfia e separa, affronta e fa breccia. Scopre e mette in fuga senza colpire. Potente.
Che Parolario in tutta la sua vanità insista nel filosofeggiare sbrodolona dicendoci lei il dove, il come, il dove va ed il qual’è la kultura che in un qualche modo tenti di rappresentare un qualcosa, di accomunare un qualcuno, da una città ad un pensiero condiviso o ad uno innovativo come se la platea fosse composta da entusiasti creduloni battimano incapaci di vedere l’esistenza di una poco nobile selezione gestita da un apparato è un conto, altro conto la messa sull’altare con fare interrogativo ed interessato di un personaggio che al 30 d’Agosto mi vien da dire alle mamme di tenere a casa i bambini o portarli a fare il bagno da qualche parte ma NON passando per pzza Cavour. Certe scene e certe visioni ai bambini vanno evitate. Una messa a pecora ammiccante a chi ha a che fare con quella visione del mondo che plaude all’attività illegale, alla menzogna, all’underground sociale e legale forte della protezione di una corazza forgiata da suoi pari (se non peggio) individui sull’orlo di finire in gattabuia per accertati fatti raccapriccianti, elevandolo a mentore de non se sa chè è roba da Porta Portese. Certo, visto il livello medio non che ciò stupisca, ifatti è condiviso il pensiero che la politica sia mezzo per salvarsi dai guai e basta. Fa solo un po’ schifo. Così schifo che manco nomino certe “altezze”, certe “santità”. Mi domando come mai siamo sempre così fortunati ad avere sul palcoscenico osannanti ed osannati personaggi che, avvicinandomi al tema che lo vedrà applaudito e riverito accompagnato a salirci su quel palco consentendogli il privilegio di aprir bocca e proferir verbo, meglio o più coerentemente lo vedrebbe appeso a testa in giù o più semplicemente rinchiuso in qualche patria galera. Certo, manca la Cassazione, vero. Beh, sarà la prova nel nove e per l’adorato e per gli adoranti.