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February 8, 2012, 5:28 am

Teocastronerie

maggio 19, 2007 in Como by simoneramella

Tra le tante motivazioni, più o meno strampalate, addotte da chi si oppone all’approvazione di una legge che riconosca alcuni diritti alle coppie di fatto, la più grossa castroneria è quella ribadita nelle ultime ore dall’Unione giuristi cattolici, che – scrive Marco Politi su Repubblica – nega rilievo pubblico e sociale alle coppie gay perché “strutturalmente non aperte alla generazione”.

Niente male per un’associazione che nell’home page del suo sito dichiara di credere nel “riconoscimento del valore della persona umana e dei suoi diritti, a prescindere da qualunque differenza di razza, di sesso, di cultura e di nazionalità”. Read the rest of this entry →

Pseudo-democrazia

maggio 2, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

Questa è la realta viviamo in un paese dove non c’è la democrazia ma una pseudo-democrazia.

Se in un paese "laico", un suo cittadino durante una presentazione di uno show gratuito (non una manifestazione popolare) esprime dissenso e critica verso le politiche ingerenti di uno stato estero,questi prima si deve scusare e mettersi sui ceci, poi visto che il perdono (per altro non necessario) comunque non è di casa in Vaticano, lo stato estero può iniziare ad attaccare il "povero cristo" etichettandolo come terrorista.

Infatti oggi le pagine dell’Osservatore Romano tuonano "Anche questo è terrorismo. È terrorismo lanciare attacchi alla Chiesa. È terrorismo alimentare furori ciechi e irrazionali contro chi parla sempre in nome dell’amore, l’amore per la vita e l’amore per l’uomo. È vile e terroristico lanciare sassi questa volta addirittura contro il Papa, sentendosi coperti dalle grida di approvazione di una folla facilmente eccitabile. Ed usando argomenti risibili, manifestando la solita sconcertante ignoranza sui temi nei quali si pretende di intervenire pur facendo tutt’altro mestiere". Vi immaginate voi un Prodi che dice a Ratzinger o Bagnasco guardi la smetta e faccia il prete.. cosa pretende di intervenire visto che lei fa un altro mestiere?

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Travestiti..

aprile 9, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

I Fondamentalisti cattolici si travestono da Laici moderati… e creano un Comitato Laico per la difesa della Famiglia che produce pure un manifesto, il tutto ospitato sul sito l’occidentale (un nome una garanzia).. ma leggiamo questo delirio

Nasce il Comitato laico in difesa della famiglia  Per iniziativa di un gruppo di intellettuali, cattolici, ebrei, musulmani, ma anche non credenti, dalle appartenenze politiche e culturali più varie nasce il Comitato per la difesa laica della famiglia. Giuristi, economisti, rappresentanti della società civile, ma anche storici, giornalisti, sociologi,  tutti sono concordi nel difendere la famiglia dagli attacchi ripetuti e molteplici che ne stanno minando le fondamenta, consapevoli che la difesa dell’istituzione familiare, intesa in senso tradizionale, significa difendere la cultura e i valori su cui si è fondata e sviluppata la nostra società occidentale. L’Occidentale pubblica il testo dell’appello pro family. Per aderire, basta scrivere un commento.

 
Il testo dell’appello  Che paese sarà l’Italia fra trent’anni? Troppi ritengono che questa domanda riguardi soltanto i cattolici. Ma non è così. Essa riguarda tutti. Riguarda tutti il deteriorarsi evidente della società italiana, così come gli esempi sempre più frequenti della nostra clamorosa debolezza nel formare le nuove generazioni. E proprio a nessuno è dato ignorare i drammatici segni di collasso sociale provenienti dai paesi più “civili” del nostro, che in tanti casi ci vengono additati ad esempio di progresso e libertà. A rigore, queste situazioni riguardano proprio coloro che si dichiarano  laici e liberali. Poiché se una società libera non riesce a formare nuovi individui in grado di gestire responsabilmente la libertà, il suo livello di autoritarismo sarà fatalmente destinato a crescere.

 L’Italia di oggi è figlia dell’Italia degli ultimi quarant’anni: l’Italia del miracolo economico e della modernizzazione tumultuosa; del benessere e del consumismo; della secolarizzazione che, tra l’altro, ha portato con sé il divorzio e l’aborto. Non intendiamo oggi rinnegare quella trasformazione, che ha fatto crescere la libertà personale più di quanto non sia – forse – mai accaduto nella storia del nostro Paese. Dobbiamo però smettere di far finta di non aver pagato nessun prezzo, e, laicamente, aggiornare le nostre convinzioni alle esigenze della nostra epoca. Dobbiamo chiederci se la società italiana non sia già oggi diventata del tutto incapace di educare alla libertà i suoi nuovi cittadini. E, per questo, se un colpo ulteriore a quel poco di struttura sociale che ci è rimasto non significhi mettere in pericolo proprio quella libertà individuale che, nelle intenzioni, si vorrebbe ancor più accrescere.

La famiglia della tradizione occidentale ha rappresentato una prima cellula di organizzazione sociale la cui nascita ha preceduto, e di gran lunga, l’affermazione dello Stato moderno. La sua disciplina e la sua tutela si sono storicamente evolute. Ma sempre essa ha mirato a soddisfare due esigenze imprescindibili: assicurare una procreazione socialmente ordinata, indispensabile per la formazione delle nuove generazioni e per la stessa sopravvivenza dell’umanità; tutelare i soggetti meno protetti, come i figli e il coniuge più debole.

Oggi questa storia e quest’evoluzione sono messe in forse da due fenomeni diversi, ma convergenti nei loro effetti. Da un lato il diffondersi di modelli  familiari provenienti da altre culture, nelle quali la dignità della persona non è altrettanto tutelata (l’esempio della condizione della donna nei rapporti poligamici risulta, in tal senso, emblematica); dall’altro la tendenza ideologica, sempre più diffusa, a relativizzare il senso delle conquiste di libertà e civiltà fin qui conseguite, e a completare l’opera di destrutturazione del quadro sociale che le ha rese possibili. Tendenza che proviene dal seno stesso della nostra cultura.

La dignità della persona è così messa in pericolo da nuovi e incalzanti fattori di crisi che hanno per teatro l’intero Occidente: la pressione problematica dei processi d’integrazione; il calo demografico e il conseguente invecchiamento delle nostre società; la preoccupante emersione di fenomeni di contro-modernizzazione.   Per contrastare questi fenomeni occorrono la mobilitazione e il risveglio di tutto il nostro patrimonio culturale e del meglio della nostra tradizione. Di quel patrimonio e di quella tradizione, invece, indebolendo la famiglia e i suoi istituti scegliamo di oscurare le fondamenta. Tutto ciò ancor più che sbagliato ci appare delittuoso.

In questo contesto, la legittima ricerca di nuove e più ampie libertà personali, anche nel campo della sessualità, può e deve avvenire allargando la sfera dei diritti individuali.  Non è stata però questa la via prescelta dal progetto di legge fin qui denominato “Dico”, concepito in larga misura all’interno di una logica statalistica: una soluzione pasticciata e ibrida, tale da generare un surrogato di famiglia che sul versante delle coppie omosessuali non trova giustificazione, e che su quello delle coppie eterosessuali fa concorrenza alla famiglia fondata sul matrimonio anche soltanto civile, indebolendo piuttosto che rafforzando il contesto sociale nel quale si formano i nuovi individui.

La sopravvivenza della famiglia, dunque, non può riguardare solo i cattolici. Essa spetta a tutti quanti siano consapevoli del contributo che essa ha dato all’allargamento della libertà individuale e alla dignità della persona umana, e di quanto queste conquiste, nel nuovo secolo, appaiano precarie e in pericolo. Noi, credenti e non credenti, riteniamo perciò necessario mobilitarci insieme a difesa della famiglia, di ciò che essa ha rappresentato e continua a rappresentare nonostante le crescenti difficoltà e le inevitabili contraddizioni. Siamo certi che vi siano strade attraverso le quali la libertà della persona possa affermarsi senza negare o contraddire quanto edificato dalle generazioni passate. Siamo altrettanto certi, però, che quelle strade non passino per i “Dico”.

Per queste ragioni ci costituiamo in “comitato per la difesa laica della famiglia” e, per questo, contro i Dico; impegnandoci ad assumere tutte le iniziative utili a evitare che una controversia civile si risolva in un insensato conflitto tra laici e cattolici.

ed mi raccomando leggevi i commenti sul sito che meritano.. come l’elenco delle adesioni..

 

Se questa è una religione…

aprile 5, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

Fanno riflettere i riti durante la settimana santa… anche perchè poi gli stessi che partecipano a queste pagliacciate magari sono i primi che si lamentano per un foularino indossato da una donna musulmana…

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Santomasochisti?

marzo 8, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

Quello che mi stupisce sempre di più è che ora, si cerca di sdoganare il Cilicio, viene venduto come "gesto d’amore" oppure paragonato alla chirurgia estetica, ricordo che c’è chi l’ha paragonato ai tacchi altri…

Ora io ritengo che se mai un Dio dovesse esistere sicuramente non ci avrebbe creati per soffrire, altrimenti sarebbe un sadico, come sicuramente non ha piacere nel vedere che il suo "gregge" si autoflagelli…. comunque prima di leggere l’articolo di questi poveri tra cui troviamo anche Messori.. mi si spiega perchè i portatori di cilicio si scandalizzano quando una volta l’anno durante la festa della ashura gli sciiti si prendono a frustate quando loro praticamente soffrono tutti i giorni? cos’è invidia?

«Noi cristiani dimentichiamo che la sofferenza ha un senso» I cattolici e il «ritorno» del cilicio
Il poeta Rondoni: «La società ne impone di peggiori». Socci: «Gesto d’amore». Messori:«E le diete? E la chirurgia estetica?» "Meglio che fare palestra"… oserei dire meglio che farsi sparare…


MILANO — «Davvero non capisco. Oggi c’è una sacralità addirittura feticistica per la libertà totale e di chiunque, perché mai chi è esterno all’ascetica cristiana dovrebbe occuparsene o indignarsi? Per dire, ma se io stanotte mi flagellassi a lei importerebbe qualcosa?». Vittorio Messori tira un sospiro vagamente ironico, «eh sì, vivremmo tutti meglio se ciascuno si facesse i cilici suoi». E invece no, troppo facile. La povera senatrice e numeraria dell’Opus Dei Paola Binetti cade nel trappolone, ammette in tv di non ignorare l’uso del cilicio, tenta di darne un senso («ci costringe a riflettere sulla fatica del vivere, è il sacrificio della mamma che si sveglia di notte perché il bimbo piange»), serve un assist a porta vuota a Franco Grillini («ma certo, il sadomasochismo è un modo di godimento, ha tutto il diritto di farlo!») e lo strumento ne esce come protagonista assoluto, ammantato d’un fascino gotico tipo garrota o vergine di ferro e in più garantito dal successo planetario del Codice da Vinci. Tutti pensano al «monaco» Silas dell’Opus Dei, tutto assassinii e penitenze, e pazienza se nell’Opera i monaci manco esistono. A quelli dell’Opus è toccato ripeterlo per l’ennesima volta, «il cilicio è nominato nella Bibbia, non è una nostra invenzione, san Josemaría ne sconsigliava l’uso alla maggior parte dei fedeli…». Anche le accuse di «imporlo» per due ore al giorno sono storia vecchia, smentita, rilanciata eccetera. Resta il fatto che a quanto pare circoli ancora l’evoluzione di quel panno ruvido intessuto (nella regione della Cilicia, appunto) di peli di capra: lo indossavano i soldati romani e si dice che i primi anacoreti cristiani, come penitenza, usassero portarlo sulla pelle nuda. Poi sono arrivate le versioni in metallo, i ganci.
E non è che facesse furore tra pazzi fanatici e ignoranti: lo usavano Dottori della Chiesa come la mistica trecentesca Santa Caterina da Siena, un genio dell’umanesimo come Tommaso Moro, in tempi più recenti pure il coltissimo Paolo VI. E allora? Messori, lo scrittore cattolico più letto al mondo, autore di best-seller planetari sia con Wojtyla sia con Ratzinger, confessa: «Io sono un pigro, doppiamente scomunicato dal politicamente corretto perché fumatore e leggermente obeso, e le poche volte che m’è capitato di vedere una palestra ho provato una sensazione di raccapriccio, il fitness!, mi parevano strumenti di tortura… Non solo sudavano ma manifestamente soffrivano. E i cicloturisti? E quelli che fanno roccia? E le diete? E la chirurgia estetica?». Insomma, «il mondo è pieno di gente che, grazie a Dio, sceglie liberamente il suo tipo di sofferenza, solo che questa è elogiata ed elegante. Immagino che almeno il cilicio sia più economico che rifarsi il naso».
Sì, ma che senso ha? «Il senso è comprensibile solo in una prospettiva di fede. Non mi accodo alle crociate dei cattolici su matrimonio o eutanasia perché finisce sempre che facciamo la parte dei rompiscatole, dall’esterno sembrano aberranti». Il cilicio riguarda l’ascesi, «cioè la salita spirituale, l’invito a partecipare in qualche modo alla Passione di Cristo» e del resto «la Chiesa invita all’equilibrio, nelle penitenze, il limite è non danneggiare mai la propria salute». Senza contare che il penitente «non danneggia nessuno. Io non ho mai chiesto a nessuno se lo portava perché tanto non me l’avrebbe detto. Come dice Gesù: fai penitenza nel chiuso della tua stanza. Li lascino in pace…». Non è l’unico a pensarla così. «Piuttosto è strano che i cristiani non lo pratichino più, o che si faccia così poco il digiuno», osserva Antonio Socci. Altro che scandali: «È come dicevano Del Noce e Don Giussani: la cultura contemporanea è sleale verso il cristianesimo perché se ne costruisce una caricatura e fa i conti con essa. A Medjugorje e Fatima la Madonna ha chiesto rosario, digiuno e penitenza. E qui non c’è ricerca del dolore: se tuo figlio o un amico avesse bisogno, non andresti a donare il sangue? Non ti alzeresti nel cuore della notte? Ogni sacrificio è sempre un gesto d’amore anche se al di fuori può apparire folle, la follia di un Dio che per salvarci si è fatto flagellare, sputare e crocifiggere anziché usare il potere».

Del resto, fa notare il poeta Davide Rondoni, «il sacrifico crea sempre scandalo, anche quello di Padre Kolbe o di Salvo D’Acquisto, se non si capisce di fronte a che cosa e per che cosa è fatto. In un’epoca nella quale Dio è ritenuto assente è ovvio che sia difficile capire. A me il cilicio fa l’effetto di qualcosa da trattare con grande rispetto, sono scelte personali non banali. Sono molto più preoccupato dei tanti cilici obbligatori che ci vengono fatti indossare, mente e corpo, dalla società in cui viviamo: almeno la pratica ascetica può piacere a Dio, questi al massimo possono essere graditi al capufficio». Don Gianni Baget Bozzo è lapidario: «Cristo ha salvato il mondo non con le parole, ma con il suo sangue». Però non crede sia ancora diffuso, «accadeva un tempo, ma il mondo post- cristiano, e anche un po’ noi credenti, ha dimenticato che la sofferenza ha un senso: il male non è il male, il male è il dolore fisico». Eppure Luigi Amicone, direttore di Tempi, un dubbio lo ha: «Personalmente sono intemperante e non autoflagellante. Non mi sono avvicinato al cristianesimo pensando al sacrificio. Forse il cilicio appartiene a un’epoca perfetta come il Medioevo, a quell’equilibrio tra uomo, mondo e Dio cui non mancava alcuna sfumatura, neanche il mistero, la grande mistica… Nella nostra età imperfetta tocca a tutti noi, poveri cristi, risalire la china: il cilicio lo abbiamo già, è la nostra vita quotidiana».
[Fonte:corriere della sera] Gian Guido Vecchi

E alla fine l'hanno vietata…

marzo 6, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

I nostri saggi e sapienti guardiani della morale cristiana alla fine l’hanno spuntata e la pubblicità di D&G è stata vietata da Lunedì, e questo è un pericoloso precedente.

La decisione viene resa nota dal Comitato di controllo, organo deputato dall’Istituto di autodisciplina pubblicitaria a tutelare gli interessi dei cittadini-consumatori dopo le altre polemiche su una mostra fotografica sempre di D&G. Il 21 febbraio, il Comitato di controllo aveva emesso una «ingiunzione di desistenza» dopo le numerose proteste. D&G hano fatto scadere il tempo per opporsi, quindi il provvedimento «ha acquisito efficacia di decisione definitiva il 5 marzo, e dovrà essere osservato da tutti i mezzi» del sistema pubblicitario.

L’Istituto di autodisciplina pubblicitaria spiega che la pubblicità in questione è stata ritenuta «in manifesto contrasto con gli articoli 9 (violenza, volgarità, indecenza) e 10 (convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona) del codice di autodisciplina. Il provvedimento sottolinea che la donna «è rappresentata in modo svilente, quale mero oggetto della prevaricazione maschile», ha «un’espressione alienata, uno sguardo assente», non fa percepire «né intesa né complicità» con uno dei tre. Anzi «nell’ambiguità del suo atteggiamento, trasmette l’impossibilità di sottrarsi a ciò che accade, in quanto immobilizzata e sottomessa alla volontà di un uomo, nonché agli sguardi impassibili, ma in qualche modo partecipi e di attesa, degli altri due». L’immagine «pur non riportando espliciti riferimenti alla violenza fisica», proprio per l’atteggiamento passivo e inerme «evoca la rappresentazione di un sopruso o l’idea della sopraffazione nei confronti della donna stessa»

D&G hanno fatto bene a non opporsi, tanto oramai, l’obiettivo di farsi pubblicità è stato raggiunto, ma comunque questo è un pericoloso precedente sia per la comunicazione che viene tolta, che per le polemiche su una mostra….  andiamo avanti così…

Mancanza di classe (politica)… Salvatore Cuffaro

marzo 6, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

Il presidente della Regione Sicilia, altro esempio di questa classe politica, Totò Cuffaro, che è anche Vice Segretario dell’ UDC oggi ne ha fatta un’altra delle sue.. come oggi nello spot del programma «Nuove opinioni» di Teleakras, si vede il governatore siciliano (e non un imitatore) con tanto di coppola in testa e bicchiere di vino in mano che, parlando in un dialetto siciliano volutamente «forzato», si lamenta del governo nazionale. Elenca le opere che da Roma non gli hanno consentito di fare, come il Ponte ed i termovalorizzatori, e alla fine rivolgendosi al conduttore dice: «Compà una idea mi vinnni (mi è venuta una idea): facimmu guerra all’America», così gli americani occupano la Sicilia e fanno loro tutto quello che ci manca. E se vinciamo? Gli chiede il conduttore. «Non ci avevo pensato – risponde il governatore – se vinciamo consumiamo gli americani… Lasciamo stare». [Corriere della Sera]

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Il manuale della Razza ed. 2007

marzo 6, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

Navigando qua e la ho trovato questa notizia.. in sintesi il Domenicale settimanale diretto da Angelo Crespi ed edito dall’omonima società presieduta da Marcello Dell’Utri, il Domenicale che si dovrebbe ispirare nel nome alla tradizione dei sunday paper anglosassoni e nei contenuti alle riviste letterarie della storia italiana… inizia la campagna per la cura dell’Omossessualità, infatti secondo il giornale "L’“onda gay” è solo una costruzione culturale. Per questo, in diversi casi, se ne esce con successo"

Insomma Marcello oltre a spacciare i finti diari di Mussolini per veri, presentandoli per altro alle serate del Circolo delle Libertà.. (un vero e proprio ossimoro) naturalmente sponsorizzate dal Comune, oltre a cercare di sdoganare il Duce ed il Fascismo, si lancia o meglio fa lanciare i suoi collaboratori, in particolare Claudio Risè in quello che è un vero e proprio manuale della razza, come dice Enzo Reale " Concetti e linguaggi da manuale della razza. A leggere Claudio Risé viene da pensare alla riunione di redazione in cui si è preparato l’ultimo numero de Il Domenicale. Tutti quegli uomini veri attorno al tavolo, sigari e whisky e una sola missione: spiegare ai lettori che gay non è bello, anzi andrebbe curato. Tutti in fila, dritti e ordinati, contro il disordine. Un’erezione di ignorante normalità sotto quei tavoli" articolo che non troverete sul sito del Domenicale, forse perchè appunto come è stato fatto notare se ne vergognano ma che grazie gaynews.it riporto:

ESCE IN ITALIA IL NUOVO LIBRO DI JOSEPH NICOLOSI. L’OMOSESSUALITà è UN DISORDINE CHE SI PUò CURARE
L’“onda gay” è solo una costruzione culturale. Per questo, in diversi casi, se ne esce con successo

fonte Il Domenicale)

Pubblichiamo questo articolo di cui non condividiamo i contenuti violentemente omofobi.

La Redazione

SESSI, TERTIUM NON DATUR

Con buona pace di chi millanta, male usando certe ricerche, non esiste il “gene dell’omosessualità”.

di Claudio Risé

Nel bacino informe della «società liquida» (come la chiama Zygmunt Baumann), con i suoi continui dissolvimenti e metamorfosi, un solo comportamento tende, invece, nel dibattito collettivo, ad assumere una consistenza inspiegabilmente pietrosa, contro la quale qualsiasi discorso, sia di buonsenso, o di scienza, tende a infrangersi. Si tratta del comportamento omosessuale. Questa cristallizzazione è il risultato di due opposte convinzioni, che sono anche (a mio avviso) due opposti pregiudizi. Il primo è quello che ritiene il comportamento omosessuale una sorta di fulmine che una volta caduto non può che incenerire per sempre il malcapitato. Esso prende forma nell’Ottocento, quando appunto nasce il termine “omosessualità” (fino ad allora inesistente), all’interno dell’enorme sforzo positivista di dare nome e forma stabili a tutti i comportamenti umani, che in società più “solide” venivano invece lasciati variare a seconda delle circostanze della vita, a meno che prendessero forme evidentemente antisociali. Solo in quel caso, quando, per esempio, il tasso di natalità cadeva pericolosamente, chi praticava sessualità non riproduttive, anche con donne, veniva punito. Al di fuori di quei casi, cui si provvedeva senza discutere per la sopravvivenza dello Stato, prevaleva il buon senso, e l’umiltà, di non interpretare e prescrivere in materie molto intime, che originavano con ogni evidenza dalla storia individuale, e che manifestavano spesso versatilità, e volubilità. Come dimostra perfettamente Michel Foucault nei suoi lavori, l’irruzione contemporanea della scienza e del diritto, con i rispettivi deliri di onnipotenza, nella sfera della sessualità, la irrigidisce e ne fa uno strumento del potere. Il potere ottocentesco, e dei totalitarismi della prima metà del Novecento, aveva fatto dell’“omosessualità” una categoria maledetta, o almeno maledibile all’occorrenza, quando il soggetto dava fastidio o passava il segno, come nel caso del processo a Oscar Wilde, o in quello della “notte dei lunghi coltelli”, contro le camice brune di Ernst Röhm. Il potere che si afferma invece a partire da dopo la Seconda guerra mondiale tende, per sintetizzare all’estremo, a rovesciare la vecchia maledizione degli omosessuali in una sorta di benedizione. Anch’esso, come ogni visione ideologica, è cristallizzante, e tende a sottrarre la verità della storia individuale alla libertà dell’esperienza trasformativa (una libertà – tra l’altro – che nella cultura cristiana è garantita dal dono della grazia). Qui però se l’omosessuale (ideologicamente trasformato in “gay”, anche se magari non ha nessuna voglia di ridere) fa la cortesia di starsene dove l’ideologia gay friendly lo mette, senza muoversi dalla postazione assegnata, viene benedetto (come prima maledetto). Una delle più recenti dimostrazioni di questo rovesciamento è l’articolo del professor Giuseppe Remuzzi, comparso sul Corriere della Sera del 17 gennaio scorso e intitolato Il gene dell’omosessualità migliorerà l’uomo? Si comincia con l’affermazione, caposaldo di questa ideologia, che l’omosessualità sia di origine genetica. Anche se le ricerche, costate miliardi di dollari, per dimostrarlo sono finora approdate a nulla. Per sostenere quest’affermazione, il dottor Roberto Marchesini, in una sua comunicazione al NARTH Italia, sezione della National Association for Research & Therapy of Homosexuality fondato dal professor Joseph Nicolosi, afferma che «l’autore fa riferimento – senza citarlo – ad un celebre studio sull’omosessualità nei gemelli (Bailey e Pillard, A Genetic Study of Male Sexual Orientation, in Archives of General Psychiatry, 48, del 1991), uno studio che, invece, permette di escludere l’ipotesi genetica, lasciando emergere al contrario l’importanza del contesto familiare e culturale nello sviluppo del comportamento omosessuale». Dopo avere cercato di appoggiarsi a uno studio che dimostra tutt’altro, anche Remuzzi, tuttavia, non può sottrarsi alla domanda: «Ma com’è che il gene legato all’omosessualità si è diffuso nella popolazione se la loro non è un’attività sessuale che porta a riprodursi?». La risposta è semplice, osserva ancora Marchesini: «non esiste nessun “gene gay”, e questa domanda sottolinea l’assurdità dell’ipotesi genetica». Per Remuzzi, invece, «C’è una spiegazione sola: che il gene “gay” sia utile all’evoluzione della specie». Ecco quindi l’ideologia dell’origine genetica dell’omosessualità sorretta dall’ideologia evoluzionista. E in conclusione la spiegazione benedicente: «chi ha un gene “gay” potrebbe essere più attraente fisicamente o più capace di fecondare. Q
uesto darebbe un vantaggio riproduttivo e consentirebbe al gene di diffondersi». Ecco quindi che gli omosessuali diventano i “più belli e più forti. E più fertili”. Tutto questo senza ombra di dimostrazione, e anche se Remuzzi è costretto ad ammettere che «il gene (o i geni) dell’omosessualità non sono stati identificati». Questo esempio dimostra lo stile (tutto ideologico, dietro un linguaggio apparentemente scientifico) utilizzato per dimostrare : a) che chi è gay lo è, e basta, b) che costui non deve lamentarsene o cercare di cambiare perché così va benissimo. Anzi, secondo Remuzzi, la persona in questione è anche un benefattore, giacché, oltre a essere bello, migliora la specie. Si capirà allora la difficoltà di chi, esercitando la professione terapeutica, sempre più spesso si trova davanti una persona che dice di avere un comportamento omosessuale e che chiede di essere aiutato ad abbandonarlo poiché non lo sente corrispondente al proprio sé, ricavandone, invece, grande infelicità. La storia della terapia in generale, e in particolare quella della psicoanalisi, ha insegnato a prendere sul serio i vissuti del paziente per diminuirne le sofferenze. Questo disagio, il terapeuta senza pregiudizi ideologici e al servizio del paziente, deve dunque accoglierlo, se sa come fare. È questa l’esperienza, negli Stati Uniti, di Joseph Nicolosi e del Narth, un network di terapeuti di cui lo stesso Nicolosi è presidente. Il suo nuovo libro Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione, testimonia e illustra in modo semplice e pratico questo lavoro. Essenziale, come Nicolosi mi ha recentemente dichiarato è «che il cliente non s’impegni in un comportamento e non accetti un’idea che sente non essere giusta per lui. Il terapeuta deve stabilire e mantenere con il cliente una relazione tale, da rendere possibile a quest’ultimo di dissentire liberamente. L’alleanza terapeutica si basa sempre sui bisogni e i desideri del cliente. Egli deve sentire che il terapeuta è lì per essere al suo servizio». Quindi ascolto e servizio, e non persuasione e manipolazione. Nicolosi mostra come funziona la sua “terapia riparativa” ( il termine è di derivazione kleiniana: da riparare è in questo caso la relazione del soggetto con l’oggetto d’amore perduto, che nell’omosessualità infelice è il genitore dello stesso sesso e il proprio genere), attraverso otto casi chiari e toccanti, in uno dei quali la terapia non è riuscita (onesto mostrarlo). La domanda di cambiamento che viene dalle persone insoddisfatte dal proprio orientamento omosessuale, cresce oggi in tutto l’Occidente: perché? Nicolosi mi ha risposto: «Abbiamo scoperto che più lo stile di vita gay viene promosso, maggiore è il numero di chiamate d’aiuto da parte di persone che cercano di cambiare. L’iperpromozione dello stile gay ha permesso una discussione più aperta e una più ampia presa di coscienza personale, che hanno portato un maggior numero di persone a affrontare apertamente la loro attrazione per il proprio sesso». È necessario però che, negli Stati Uniti così come in Europa, l’ideologia si arresti di fronte al desiderio di cambiamento della persona. E consenta alla psiche di aiutarlo a diventare ciò che è realmente, al di là dei pregiudizi di oggi e di ieri.

 

Mancanza di classe (politica)… Paola Binetti

marzo 5, 2007 in Como by Sir Percy Blackeney

Continua la carrellata dei politici, dopo Rutelli, eccola la passionaria… quella del: «L’omosessualità è una devianza della personalità. A mio avviso, quello dei gay è un comportamento diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico» Paola Binetti, nel corso della trasmissione Tetris

Per chi si fosse perso la mitica teocondemeccecc colei che paragona il cilicio ai tacchi a spillo e all’ombelico di fuori quella difesa dal povero Vice Presidente del Consiglio… ecco il video.. della sua partecipazione a Tetris, buona visione..

[sconsigliato per i deboli di stomaco, particolarmente quando alla Sen. le viene mostrato il cilicio]

Politica indipendente?

marzo 5, 2007 in Como by gerardo-monizza

Una strada tutta in salita
Molti politici (anche comaschi) hanno scelto la strada del neoconservatorismo e in questa nobile battaglia di reazione si vedono truppe sparse, ma ben attrezzate, intervenire ad ogni ora del giorno e della notte su tutto quanto fa spettacolo politico. Dai giornali alla radio alla televisione è un susseguirsi di richiami ai valori, alla fede, alla tradizione, all’identità. Cristiani, ovviamente.

Non c’è nulla di male richamarsi a dei principi, avere una convinzione, riferirsi a consuetudini e pretendere d’avere una specificità culturale se non fosse che l’insincerità di tale approccio alla soluzione dei problemi attuali del Paese (e della città) risulta davvero fastidiosa. Ingombrante e pretestuosa.

Si sa per certo che son parole di circostanza dettate dalla consapevolezza che in Italia non c’è voto (quasi neanche a sinistra) che non sia in qualche modo benedetto dall’aria santa che circola da un paio di millenni. Si pensava – tuttavia – che si fosse raggiunta la posizione almeno liberale che separava la fede dalla pratica politica. Non è così.

Purtroppo, più si scende dal livello statale a quello locale la genuflessione si fa più profonda. Ne abbiamo avuto prova nell’ultimo quinquennio con lo stretto rapporto tra il Sindaco di Como e il Vescovo Maggiolini; un rapporto intrecciato e inestricabile che ha impedito di capire fino in fondo chi stesse prendendo le decisioni per la città. Non che il Vescovo Maggiolini decidesse per nomine di presidenti o di Paratie o di Ticosa, ma l’approccio culturale del Sindaco e di qualche parte della Pubblica amministrazione era chiaramente troppo in linea con le opinioni, gli scritti, gli interventi, i detti e i motti del vescovo di allora.

Non deve stupire se un governo nazionale traballa sulla politica estera (nel caso specifico l’Afghanistan) sebbene, per la verità, l’incertezza riguardava gli equilibri in materia di concezione laica o parareligiosa dello Stato e delle leggi che lo regolano (vedi Di.Co, Cossiga, Andreotti e simili).

C’è paura del presente e angoscia verso il futuro e molti credono che il solo modo di percorrere la strada del bene comune sia quello di tornare indietro. Per farlo, senza farsi dare dei codardi, si appellano ad antiche mappe rassicuranti, a sicure guide, a pensieri antichi. Mettono dunque di mezzo i sacri testi, i preti e i vescovi, le fedi e le tradizioni.
Che poi ci credano veramente è cosa da poco; l’importante è fare in modo che tutto resti avvolto in un alone d’impossibilità. Ciò dimostra anche quanto sia difficile coniugare fede e ragione e quanto sia impossibile far convivere la religione con la politica. Troveranno l’indipendenza?

Gerardo Monizza